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Archivio mensile:giugno 2013

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– Mi sente?
– No, se può ripetere, per cortesia… – balbetta l’assistente.
– No, non posso ripetere, guardi… Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani…
– Via?
– Caetani, che è la seconda traversa a destra di via delle Botteghe oscure. Va bene?
– Sì.
– Lì c’è una Renault 4 rossa… I primi numeri di targa sono N5.
– N5… Devo telefonare io? – chiede Tritto, sempre più agitato.
– No, dovrebbe andare personalmente.
– Non posso, – dice l’assistente con la voce rotta.
– Non può? – domanda Matteo.
Tritto non risponde. Piange.
– Dovrebbe per forza, – insiste il brigatista.
– Per cortesia, no… – singhiozza l’assistente.
– Mi dispiace, – riprende Matteo, – ma… Cioè, se lei telefona non… Verrebbe meno all’adempimento delle richieste che ci aveva fatto espressamente il presidente.

Giovanni Bianconi, Eseguendo la sentenza
Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro (Einaudi)

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Il viso di Guido mentre era intento nella lettura tradiva qualcosa di diverso da quello che ha scritto. Il giudizio su quelle pagine e su cosa le renderebbe più appetibili al pubblico è venuto dopo, pensandoci con distacco, quando ha risollevato la testa dai fogli. Leggendo, si rabbuiava, sorrideva, a volte gli brillavano gli occhi di intensità. Non platealmente, certo, ma in modo appena percettibile, emozioni che affiorano appena, anzi, l’ombra di quelle emozioni. Non possiamo sapere, però, se era per effetto della buona riuscita della scrittura oppure per il contenuto, che lo riguardava personalmente. Ma anche questo è difficile da stabilire per ogni lettore, per quanto – è vero – capiti raramente di leggere un romanzo dove ci si trova protagonisti.
(…)
Questo è il punto. La sensibilità. Un romanzo di formazione che reggerebbe forse fino agli anni Ottanta. A farla grande. Fuori tempo massimo. Il punto è questo, non che sia bello o brutto. Non è per niente brutto. Ma anche il finale di questa parte che ho appena letto, guardiamolo bene: dobbiamo sforzarci di capire cosa è successo. Lo so che non lo dice perché lui stesso non vuole sapere, gli fa così male, è un segreto così enorme, che lo tiene chiuso in una scatola, non riesce ad aprirla: ci dice, anzi, ci fa capire cosa c’è dentro. Nessuno ragiona più così. Soprattutto non succede nei libri che hanno successo.

Gian Mario Villalta, Alla fine di un’infanzia felice (Mondadori)

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Questa è la domanda che ci siamo fatti noi di Cartaresistente e la risposta è stata un’altra domanda: e se fossero i libri a portare in vacanza i lettori? Quindi difficile dare una risposta alla prima domanda, ma è ancor più difficile dare una risposta alla seconda! È vero, finché non lo leggi un libro è un oggetto inanimato, forse del desiderio, ne puoi immaginare il contenuto partendo per andarlo a cercare, deve essere tuo, devi leggerlo per fare un viaggio breve o lungo che sia. Ma quando sei in vacanza e hai dei libri da leggere, cosa diventa il viaggio? O meglio, si duplica? È stato più intenso quello letterario o quello fisico? Hai letto solo la guida e non sai più dove ti trovi?..
Ecco questo è quello che vorrebbe sapere Cartaresistente e cioè: per tre mesi, Luglio – Agosto – Settembre noi vorremo ricevere da te lettore, non tanto la recensione del libro che hai scelto, ci basta il titolo, ma dove sei e come stai mentre stai leggendo in vacanza, poche righe per dirci cosa pensi accompagnate da un’immagine ad hoc. Non c’è limite di post che ci puoi inviare, per cui puoi startene chiuso in casa a leggere 10 libri e inviarci un post, come potresti inviarci 10 post da 10 località diverse della Spagna mentre stai leggendo lo stesso libro.
In questo modo ci chiariremo le idee e capiremo se sono i libri a portare in vacanza il lettore o viceversa. “Libri in vacanza” è anche un contest a premi, si vincono ancora libri a sorpresa di recente pubblicazione che invieremo ad Ottobre all’indirizzo del lettore che avrà ricevuto, con il suo post, più like e commenti su Cartaresistente (perché non verranno sommati i like e i commenti “ribloggati”).
Buone vacanze da Cartaresistente.

Per inviare i testi e le immagini:
cartaresistente@yahoo.it

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Questa volta mi sembra il caso di fare una breve introduzione. Il libro di Roberto Casati per certi versi sembra quasi una risposta al breve saggio di Michel Serres – Non è un mondo per vecchi (Bollate Boringhieri), presentato su CRT qualche settimana fa. L’epistemologo francese vede un cambiamento epocale dove le tecnologie digitali “stanno riplasmando le facoltà cognitive dei ragazzi” e dove il sapere non può più essere divulgato da istituzioni “morte da molto tempo”. Come avevo detto in un commento, a me sembrava ci fosse molta provocazione, non senza una sottile ironia anche nello stile di scrittura, nelle sue dichiarazioni.
Più serio, e preoccupato, è invece Roberto Casati, che si dichiara molto scettico sulle capacità dei nativi digitali e pensa che la scuola abbia anche il compito di resistere alle nuove tecnologie “distraenti”. E il libro di carta va difeso, in quanto strumento cognitivo insostituibile e capace di proteggere “la nostra risorsa mentale più preziosa: l’attenzione”. Cosa che non riesce a fare un tablet.

———

Ho parlato del libro, e di come abbia un certo numero di vantaggi cognitivi e sociali, a volte sorprendenti proprio perché vengono invece descritti come limiti (il fatto di essere lineare, di non essere ipertestuale, di presentare informazioni nel formato una-pagina-alla-volta, di essere un oggetto di scambio sociale, di essere fisicamente pesante, di occupare spazio, e di non informare l’editore sulle nostre abitudini di lettura).
(…)
Ho parlato a lungo dell’iPad (…) Penso che dovremo pensarci su due o anche tre volte prima di introdurre massicciamente nella scuola una vetrina.
(…)
La scuola, in una società che lascia poco spazio a ciò che non è immediatamente utile, ha qui un valore esemplare: mostra che è possibile passare del tempo a fare cose belle e senza ricadute economiche.

Roberto Casati, Contro il colonialismo digitale
Istruzioni per continuare a leggere (Edizioni Laterza)

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“Possa mai Iddio proteggermi e liberarmi dalla zanna dell’arcidiavolo!”
Edgard Allan Poe “Il gatto nero”, 1843

Superstizione: Niente, me l’hanno confermato. Io ho il malocchio. L’ha detto pure quel mio amico lì, quello del terzo piano, che lui conosce uno che ha fatto l’esorcismo a sua sorella. Davanti alla mia porta chiusa ha detto: “Qui dentro c’è una gran brutta vibrazione”. Perché non ci credevo, io. Ma troppe coincidenze strane, troppi pensieri brutti. Non ci credevo, ma sono andata a farmi leggere le carte. Certo che è un gioco, però la maga, sai che ci ha azzeccato? Tutto mi ha detto: che ho sofferto in passato, che ora sto bene ma sono minacciata, perché nel mio futuro c’è la carta buona, ma è uscita rovesciata. Che vorrà dire? Chi è che mi minaccia? Intanto ho preso un corno rosso, lo tengo dentro al portafogli. Che ormai è vuoto, ho speso ciò che restava in consulenze astrali: Tutto avrà soluzione appena Nettuno sarà in trigono con Giove e il Sole. Ma intanto ho preso questo appuntamento. Apro la porta, ecco l’amico e quel suo conoscente. Fanno “Sta indietro e non aver paura”. E a me mi afferra una fifa del diavolo. Mi dicono “Lo vedi?” Eh, sì, in effetti è lì. Lo vedo e non lo vedo. È come spaventato, si sfila e si rinfila sotto e sopra i mobili, di continuo. Va in giro per casa. Gli manca un pezzo, dicono che sia perché sta funzionando, quando sarà tutto consumato sarò morta. Ma quale oggetto sia, non posso dirtelo. Infatti, adesso che tutta la procedura si è conclusa, e io in lacrime li sto ringraziando, quei due mi garantiscono che durerà, che l’esorcista ha preso in carico il mio male. Ma che ora dipendo da lui, e se non voglio ritornare libera ed esposta, non dovrò assolutamente nominarlo. Gliel’ho assicurato: stiano tranquilli, so tenere un segreto: io sono un medico e ho pronunciato il giuramento di Ippocrate. Sai, quel greco che liberò la medicina dalla superstizione.

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Di me, di certo, c’è soltanto il nome

Vieni qui, mio caro amico,
ché t’insegno un luogo antico…

E voi, miei cari monumenti di Milano, che vi fregiate di avere le prime pagine nelle guide e nei siti internet di tutto il mondo, voi lo sapete che dovete piegarvi al mio cospetto? Perché io antica lo sono per davvero e tanto, e costringo gli studiosi a riempire pagine e pagine di polemiche tra critici, storici e fini intellettuali serissimi e sempre fraintesi. Si chiedono infatti costoro quali siano i santi rappresentati sui miei muri, e non riescono ad accordarsi, non ci riescono mai! Che domande, orbene, certo che io lo so, chi sono quei santi, ma non glielo dico: non me lo sogno nemmeno! Come farei, senza più ascoltare i loro discorsi sottovoce, mentre puntano una torcia contro gli antichissimi affreschi e sempre sottovoce si lanciano frecciatine feroci, facendo a gara a chi ne sa di più? E non è solo questo l’unico mistero che mi avvolge, miei cari famosissimi monumenti di Milano. Incerta è la mia origine, incerta è la mano che mi ha creato, incerto l’uso e l’abuso, nei giorni in cui qui c’era un monastero per le monache di clausura. Lo soppressero nel 1798, ma nel frattempo io ne avevo già viste, di cose… Cose che non sto a dirvi, voi siete avvezzi alla mondanità, agli apertivi, ai turisti giapponesi. Ma come riassumere in poche righe secoli e secoli di storia?
Vieni qui, mio caro amico, ché t’insegno un luogo antico… Di me, di certo, c’è soltanto il nome: sono la torre d’Ansperto, eppure a lui non appartengo, ché già prima di lui esistevo, ma fu quel vescovo di Milano a riaggiustarmi e da allora, con orgoglio, ne tengo il nome.

Testo di Emma Romero
Illustrazione di Stefano Pietramala

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La Preda Ringadora

“A culo nudo suso la preda rengadora, la quale sia ben unta de trementina, tre volte dicendo tre volte cedo bonis, cedo bonis, cedo bonis”*

Tra tutti gli usi che di questa pietra nei secoli si sono fatti, questo è quello che mi è più caro. Era il rituale medioevale imposto ai debitori insolventi che promettevano così di saldare i creditori vendendo i propri beni. Non che io sia un sadico figuro, ma il nonno di mio nonno ne scriveva ai famigliari, ricordando la sua terra. Da quelle lettere è partito il mio viaggio di ritorno a Modena, anche se non ho mai compiuto quello di andata. Fu l’avo Emilio a raggiungere il Cile a inizio secolo, lo scorso. Per ritrovare lui sono qui da alcuni mesi a inventarmi una tesi di laurea per camuffare la ricerca delle mie origini. In nessun archivio, documento o libro, ho trovato smentita a quelle lettere di un ignorante ciabattino che sapeva tutto della sua città. E di nessun luogo, strada, o casa, Emilio scriveva di sentire la mancanza, come di questa pietra.

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Ricordo ancora vividamente quando lessi la notizia su un modesto trafiletto annegato nelle cronache di un 1988 che ci avrebbe lasciato come episodi storici il sequestro Casella, gli Oscar a Bertolucci, e “er Canaro”.
Nell’anno del primo mandato presidenziale a un esponente della sciagurata famiglia Bush, il sedici di giugno moriva nelle campagne di Montepulciano Andrea “Paz” Pazienza, morto come era vissuto: troppo intensamente.
Ricordo la sensazione di perdita di un autore geniale, uno che davvero faceva di tutto con la matita e il pennarello, con il tratto e con le parole. E ricordo, tre anni dopo, lo stupore e la gioia nel vedere dal vivo moltissime sue tavole esposte a Siena.

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Pazienza è il primo protagonista del parallelo di oggi, e lo è con la sua prima opera “seria”, pubblicata alla fine degli anni ’70 su Linus: “Pentothal”.
Il fumetto racconta secondo me meglio della sua ultima opera (“Pompeo”) sia l’epoca in cui Pazienza viveva, sia il suo demone interiore: la droga, da cui mai riuscirà ad allontanarsi del tutto. Spade, canne, polveri e alcool appaiono quasi ad ogni pagina del romanzo per immagini del Paz, che cambia registro con la stessa rapidità con la quale d’agosto cambia il tempo sull’appennino toscoemiliano, a specchiare probabilmente anche differenti umori dell’autore.
Oltre alla droga e allo sballo, oltre alle rivolte studentesche, al DAMS, a Bologna, alla politica di quegli anni terribili “Pentothal” racconta anche e soprattutto i pensieri e i sogni di Pazienza facendoli spesso narrare dal disegnatore stesso. Anche “Pentothal” è metafumetto ricorsivo come “Maus”, anzi lo è all’ennesima potenza: oltre che la vita di Pazienza l’autore cita stilisticamente un migliaio di mostri sacri del mondo dei comics: da Esner a Moebius, a Magnus, a Crumb, a Toppi in un continuo gioco di specchi e di rimandi che danno la cifra della bravura a trecentosessanta gradi di Paz.

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