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dicotomia 07

«Il maestro è un mi… È un mi…», il maestro chiama gli alunni a completare la frase. «Il maestro è un mi… È un mi…» . «È un missile!», rispondono i ragazzi in coro, con la loro ingenua sfrontatezza. E il maestro strabuzza gli occhi: «È un missionario! È un missionario!».
Lucio Mastronardi, Il maestro di Vigevano, 1962

Coraggio. Abbiamo scavallato l’anno. Finite le vacanze di Natale, adesso è tutta una tirata fino a Pasqua. Dicono: “Che bel mestiere fare la maestra”. E io sempre lì a sorridere e a cercare di non guardarli in faccia. Guardo, invece, fuori dalla finestra, e vedo un camion che sfreccia sulla stretta strada vicinale. Prima di condannarlo (che non si va così veloce nei centri abitati!), io penso: “Quanto mi piacerebbe guidare un camion”. Che corre, corre, da un punto A verso un punto B, lontanissimo. Ognuno sa, glielo ha insegnato una maestra come me, che per due punti passa una sola retta, e io vorrei che fosse solo mia, la retta. La percorrerei tutta, guidando giorno e notte, pur di allontanarmi da qui il più possibile.
Non la volevo fare, la maestra (in classe ero quella con i compiti più colorati di rosso e blu). Le mie compagne sì. Quando ci chiedevano: “Cosa farai da grande?” Loro, che oggi sono scienziate, capitane d’azienda, negozianti, mogli mantenute, attrici, suore, rispondevano in coro tutte “Maestra!”. Io volevo tanto lavorare in fabbrica, come mio padre. Lui manovrava il grande tornio della fabbrica Zecchini. Faceva le rotaie dei treni, mio papà. Era grande e forte, e io lo amavo al punto che avrei voluto diventare come lui. Poi avvenne l’incidente, è intitolata a lui e ad altri nove operai “caduti sul lavoro” la lapide, seminascosta dall’edera, appesa al muro d’ingresso della fabbrica, che è uno sfascio. Ormai è chiusa da oltre cinque anni. A volte mi chiedono di partecipare a certi convegni in memoria del Dottor Zecchini, il suo fondatore. A mio padre, invece, non pensa più nessuno. Rispondo sempre: “No, grazie. Quel giorno non c’è chi mi sostituisca coi bambini”. Che poi sarebbe vero, ma basterebbe dividerli, e mandarli in altre classi. Però non mi va. Mi hanno costretta loro a crescere veloce. A fare quel concorso controvoglia. Portare soldi a casa per mantenere altri, prima solo mia madre, adesso anche mio marito, che dalla fabbrica è stato buttato fuori quando ha chiuso, e non riesce più a trovare lavoro.
Io odio fare la maestra, perché ne sono costretta. E quei piccoli tiranni che devo tenere a bada giorno per giorno, loro mi sfibrano, mi spossano. Fosse per me, su questa terra non ci sarebbero bambini. Nessuno no, salverei il piccolo Marco, sempre schernito da tutti. Con quella madre dagli occhi cerchiati e tristi. Marco non grida mai, parla con me come un adulto, mi racconta i sogni. Se ci conoscessimo fuori dalla scuola lo porterei a vedere le corse delle auto, gli direi che sognavo anch’io le stesse cose, da bambina. Ci inventeremmo un padre che non sparisce mai. Per lui avrei solo elogi e incoraggiamenti. Ma ora devo correggere i compiti, e so già che il suo dovrò segnarlo tanto. Almeno non dovrò farlo con una matita rossa e blu.

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