Città raccontate: Napoli n. 3 (Le capuzzelle, le anime e la devozione)

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Le capuzzelle, le anime e la devozione

Che poi a Napoli siamo abituati a condividere lo spazio con i morti. Quelle capuzzelle ci accompognano da una vita. Ci sono due luoghi speciali dove sono custodite le anime pezzentelle; uno è al centro storico, nell’edificio della Chiesa del Purgatorio ad Arco e l’altro è nelle cavità di tufo del quartiere Sanità.
Il tufo da queste parti è l’elemento chiave dell’intera città.
Un materiale che offre una morbidezza alla lavorazione e seppur attaccabile dagli agenti esterni, concede la sua durevolezza da ormai più di duemila anni. È nel Seicento peró (un secolo che ci ha cambiato molto, il tempo degli Spagnoli) che buona parte delle cave viene sventrata per ottenere materiale da costruzione. E così, com’era già accaduto nel passato, si scavava sotto per ricostruire sopra. E questo per un motivo semplice, per economizzare! Da sotto si toglieva la pietra e sopra si assemblava.

Napoli è così. Piena di buchi nel sottosuolo, grotte e caverne che dapprima divenute cisterne si sono rivelate poi, durante la guerra, ottimo punto si raccolta per sfuggire ai bombardamenti. E di tutto quel tufo sono anche le caverne delle Fontanelle, enormi vuoti che ospitano tutt’oggi un numero inenarrabile di capuzzelle, di crani staccati perlopiù dai loro corpi. Sono accatastati a migliaia di migliaia (si parla di oltre 40mila resti, risalenti in buona parte alla peste del 1656), fin quasi a creare delle murature a secco. E tra esse ce ne sono molte che sono state adottate. In passato, i napoletani, per invocare i buoni auspici, si tenevano buone le anime del Purgatorio, così ciascuno ne prendeva una in affidamento. La curava, la lavava, gli dava spesso un nome e gli portava un fiore. Una tradizione che solo da poco è quasi del tutto scomparsa.
E poi da quel Cimitero, riaperto al pubblico solo da pochi anni, un giorno (qualche secolo fa), a seguito di una forte alluvione, che portó le acque da Capodimonte fino a valle nelle Fontanelle, uscirono fuori dalla grotta quelle capuzzelle che trascinate dalla corrente folle delle acque, giunsero (pare) fino a Foria. Vi dico che la strada che fecero ne fu un bel po’, ma i napoletani non si avvilirono e ne recuperarono a iosa riportandole nei loro loculi.
A visitare oggi le Fontanelle, in quella frescura umida del tufo scavato, si avverte tutta la devozione di un luogo che pur lontano dalla sacralità è ammantato da un religioso rispetto, dove la devozione popolare è ancora viva seppur silente.
Maggiormente fruibile, per la sua presenza al centro storico, è invece la Chiesa del Purgatorio, custode di tanta cultura del Seicento che si rinnova nello splendore della tela d’altare di Massimo Stanzione.
Sin dall’ingresso la destinazione d’uso è chiara.
Ci sono i teschi di bronzo che su via Tribunale per lo strofinio scaramantico dei turisti sono lucidi e sempre accompagnati da fiori freschi che qualche devoto cittadino prontamente sostitusce ogni giorno (o quasi). E dentro, sulla gloria dell’altare c’è l’apoteosi della morte, nel rilievo scolpito con i teschi alati.
È quello il segno per l’accesso all’Ipogeo, che si espande sotto tutto l’isolato con la sua moltitudine di capuzzelle. Sono appartenute a tutti. Nobili, capitani, gente del popolo e poveri di strada, di alcuni hanno ricostruito la storia, per altri l’hanno inventata, ed anche qui la devozione è forte, ed anche qui durante la guerra ci furono i ricoveri.
A Napoli è così, il mito della sirena Partenope si è affiancato sin da subito a quello delle capuzzelle, e non è un caso se undici anni fa, quando ancora si faceva grande Cultura, in questa città a piazza del Plebiscito, l’artista Rebecca Horn, con i suoi Spiriti di Madreperla, disseminò la piazza di teschi in bronzo. I napoletani apprezzarono. Molto.

Testo e illustrazione di Lois: assolocorale.wordpress.com

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4 commenti
  1. lois ha detto:

    Oltre a rappresentare una visita interessante, in questo agosto rovente in questi ipogei si trova refrigerio con una temperatura decisamente fresca!

  2. io abitavo proprio nei pressi della chiesa del purgatorio, son dei bei dipinti i ritratti che ne fai tu, ripercorrere gli intrecci della storia, fa venire voglia di tornare a Napoli e visitare il più possibile, anche perché il bello di Napoli è che anche in un vicoletto c’è qualcosa da scoprire, arte e storia.
    Un abbraccio Lois
    p.s. come stai?

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