Lettera aperta “X” di Ammennicolidipensiero

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Lettera aperta ad un (circa) seienne
di Ammenicolidipensiero


Hai appena varcato il portone di ingresso dell’edificio di chiara architettura razionalista. È il tuo primo giorno di scuola elementare. Buon cammino, piccolo studente: sei capitato in un mondo ostico e la cui logica è tutt’altro che facile da comprendere (in Italia, intendo, non in generale).

Hai avuto, ipotizzando un’equa distribuzione su cui non azzarderei certezza, il trentatrevirgolatreperiodico per cento di probabilità di entrare a scuola con un grembiule nero, piuttosto che colorato oppure senza. Se hai avuto la sfortuna di capitare nel primo trentatrevirgolatreperiodico per cento di casi, ti auguro di poter compredere presto il senso di quella “maschera ipocrita”, per dirla con le parole di Mario Lodi, per poterla stigmatizzare presto ed ascriverla a mero contentino per un’istituzione che ancora non ha fatto i conti fino in fondo con le differenze.
Hai, ipotizzando che siano ancora validi i dati di una quindicina d’anni fa (a meno che tu non riesca a inferire quelli relativi all’ultimo censimento, che pare l’Istat sia riuscita a nascondere molto bene, o quelli più recenti estrpolabili dal dedalo del sito del MIUR, circa una probabilità su quindici che il tuo insegnante prevalente sia uomo, e di conseguenza circa una probabilità su cinque che lo sia almeno uno di tre che probabilmente ruoteranno nella tua classe. Non abituarti a queste cifre, però: man mano che andrai avanti con il tuo percorso scolastico le percentuali tenderanno ad invertirsi (oltre che, per inciso, a ribaltarsi completamente nel mondo del lavoro successivo alla voce “ruoli dirigenziali”).
Tra i tuoi compagni ci saranno bambini i cui genitori sono cattolici, musulmani, testimoni di Geova, ebrei, atei. Ti anticipo che non troverai un’esatta corrispondenza tra il numero di bambini cattolici e il numero, decisamente superiore, di coloro che frequenteranno la lezione della religione; fatto curioso, ma non semplice casualità: è verosimile che vi siano diverse cause, tra le quali azzarderei a dirti che, tre le principali, potrebbero anche esservi “perché sì fa così, punto e basta”, “perché vedrai che ti insegneranno la storia di tutte le religioni” (salvo poi, dopo averti ingannato, cambiare idea e rifilarti, come da concordato per altro, solo quella cattolica) o perché spesso le alternative proposte sono, semplicemente, ridicole.
Nella migliore delle ipotesi, poi, sei capitato in una scuola con insegnanti che porranno determinate regole come obiettivo da conquistare con consapevolezza e non come obbligo o imposizione da rispettare acriticamente, ma non escludo che ti sia potuto trovare nella situazione esattamente opposta (nel qual caso, sappi che non biasimerò mai la tua ostinazione a contestare ciò che riterrai ingiusto o iniquo).
Insomma, per farla breve: benvenuto nella scuola italiana, cuore di mille contraddizioni in cui passerai un tempo più o meno lungo della tua gioventù, adolescenza e forse anche adultità.

Nessun consiglio, in queste mie parole, non ne sento l’autorevolezza se non sulla base dell’esperienza personale. Certo, in virtù di questa non posso che augurami che tu sia sufficientemente curioso: non hai idea di quanto possa esser ripagato il desiderio di conoscenza – al di là di qualunque importanza utilitaristica futura, intendo (riguardo alla curiosità, in ogni caso, non ripongo particolare fiducia nell’istituzione scolastica italiana; confido quindi che questa sia sufficientemente compensata dagli stimoli auspicabilmente offerti dal contesto familiare ed amicale a te circostante).

Nessun consiglio, dicevo, in queste mie parole; piuttosto una provocazione, questo sì, con la quale so d’espormi a critiche (d’altro canto, senza estremismo non c’è critica): se proprio tu dovessi scegliere, in questo ciclo primario di educazione scolastica, strafottitene pure (francesismo, n.d.adp) delle scienze (e te lo dice un ricercatore, quindi immagina con quale fatica), della storia (salva piuttosto l’attualità), dell’inglese (per quanto ormai sia eresia, dirlo, a otto anni è difficile che ti serva saper tradurre “rinoceronte” in inglese), della matematica (salva giusto le operazioni fondamentali), dell’informatica (di cui, per altro, probabilmente non avrai carenze domestiche o nel circondario); conserva, in buona sostanza, quella cosiddetta “minima infarinatura” di tutto, ovviamente, ma non preoccuparti di ricordare a memoria la capitale della Mongolia, non preoccuparti di ricordare chi fosse Quinto Poppedio Silone, né come si chiamino gli ormoni pancreatici, né come si calcoli l’area di un ottagono regolare: avrai tempo per riprendere in futuro tali dettagli.
Però. Però, una cosa.
Impara a conoscere, a fondo, la tua lingua. La grammatica, la fonetica, la sintassi. Impara che pésca e pèsca son parole diverse. Goditi le sfumaure, assapora i modi di dire, sguazza nelle figure retoriche, chiediti il perché delle parole, la loro etimologia. Osserva la punteggiatura, usala appropriatamente, comprendine ed usa il ritmo ed il senso di sospensione che offre ed infine, sì, compatiscimi anche un po’ se descrivo la bellezza prorompente del punto e virgola (che non serve solamente, pregasi ricordare, a costruire l’immaginario di un occhiolino strizzato vicino ad una lineetta-di-mezzo-che-non-é-il-trattino-basso e a una parentesi tonda). Lasciati stupire dalla musicalità del nostro idioma, modula le intensità nel discorso, conosci la consecutio temporum e l’uso del congiuntivo – per potervi rinunciare consapevolmente, in futuro, qualora dovessi adattare il registro all’interlocutore.
Un motivo per tutto questo? Sì, uno almeno, ed uno solo che forse basterebbe: nelle parole metti tutta la forza delle tue idee. Non mi spiace citare chi disse meglio e più sinteticamente di me: «le parole sono importanti. Chi parla male, pensa male, vive male.».
Ah, un’ultima cosa, prima di soccombere alla logorrea ed al paternalismo. Leggi, leggi, leggi quanto puoi. E leggi di ogni: libri, giornali, fumetti. Perditi nell’eleganza di chi sa giocar con le parole come Calvino, Saramago, Foster Wallace o nelle immagini e nei testi di Art Spiegelman, Guy Delisle o Garry Troudeau. Saranno sempre di meno coloro che lo faranno, in futuro, e non sarà facile esser parte di quella minoranza.
Ma la difficoltà di ciò verrà ripagata da una grande, contagiosa, bellezza.
E ora, se possibile, vai a giocare a pallone o in bicicletta, ché t’ho già tediato abbastanza, la scuola è iniziata da due settimane scarse, oggi e venerdì e sei già stato seduto fin troppo davanti a quei banchini demodé: c’è un caldo sole autunnale che aspetta, là fuori.


Testo di Ammennicolidipensiero

“X”: letterpress con caratteri originali serie a tiratura limitata, 2013.
Design Marco Campedelli per Tipoteca Italiana
“Print Matters!” è una collaborazione di Marco Campedelli & Tipoteca Italiana

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25 commenti
  1. lois ha detto:

    Leggi, leggi, leggi, piccolo bimbetto, perchè la lettura ci apre ci accessi al mondo e fregatene altamente se tra qualche tempo sarà questa un’attività demodé. Leggi, leggi, leggi e rasserena il tuo cuore, e anche se ce ne saranno (forse!) sempre meno, con buona selezione fai incetta di quegli oggetti di carta che una volta aperti ti rapiranno l’anima.

    • mi piace questo “fare incetta con buona selezione”! (di carta sì, probabilmente ce ne saranno sempre meno, anche se tutto sommato non credo che il calo sarà delle stesse proporzioni di quello dei quotidiani cartacei)

  2. poetella ha detto:

    leggi, leggi, leggi pupino!
    Ché io sto aspettando un librino che ho ritrovato e ordinato (usato… usatissimo) un librino che ho adorato dai sette anni in poi e, sicuramente, dev’essere stato il promotore di quell’amore smodato, ricambiato e ben riposto, per i libri che me ne ha fatti leggere, dopo di lui (il gioco di Mimosello si chiamava) forse mille… o di più. Anzi, sicuramente di più.
    E quanta felicità!
    E quanta vita!

    leggi, leggi, leggi pupino…
    e vedrai…

      • poetella ha detto:

        Oh yes!
        Tra poco di nuovo tra le mie mani…

  3. Ammen a me la scuola non ha insegnato a capire i reminders tra blogger! ma in quanti posti scrivi??? io mi ci perdo! 😀

    Cmq quello che auguro a te e al tuo meraviglioso bimbo neo-scolaro è proprio che mantenga viva la curiosità e che la usi per direzionarsi verso la bellezza di un buon vivere, di un vivere che lo renda un cittadino del mondo, di questo mondo, felice!

    • gra, tranquilla, qui sono solo ospite di passaggio!
      ma, ancorché di passaggio, mi porto a casa tutto il tuo augurio, bello così com’è, non ne lascio per strada neanche uno zicchino. grazie, davvero tanto.

  4. Son commossa pure io, amme. E, davvero, che i prodigi dell’ortografia, delle lettere che si combinano, dei fonemi che si creano, gli danzino dinanzi, creando quella magia unica che si gode una volta sola nella vita. Poi, bene o male, diventa routine. E la routine, è meglio averla imparata bene.

    • quanto hai ragione. però dai, in fondo è un piacere che rimane anche quando si è grandi; a me ad esempio capita praticamente ogni volta che scopro una parola di cui non conosco il significato. se poi è “esteticamente e musicalmente” piacevole, è ancora più bello (oggi è capitato con il “camurrìa” del post pelloniano, per dire).

      • Ma diventa un piacere spot. Non una scoperta quotidiana. Ricordo ancora la soddisfazione nel saper comporre le parole.

  5. Bellissimo il pensiero di fare propria la lingua perché solo con essa potrai dire le tue idee.
    Però insegno matematica (e scienze e arte che non chiedermi bene che c’entra) e un po’ mi hai spezzato il cuore.

    • eh, confesso che anch’io da ricercatore faccio un po’ fatica a pensare di metter da parte le scienze. però in fondo, ripensandoci, ciò che a me ha poi dato spunto per sceglier questa strada, più che le nozioni, è stato l’aver coltivato la curiosità – e a quello, al pari se non più della scuola, hanno contribuito famiglia e vita quotidiana.
      p.s. matematica?!? ma questa è una rivelazione! ti immaginavo nell’ambito umanistico.

      • Ho una formazione fortemente umanistica. Sono dottore di ricerca in scienze della formazione e della comunicazione.

        MA in realtà sono sempre state affascinata dalla matematica, con risultati eccellenti fino al biennio del liceo, non perdonerò mai gli insegnanti del triennio per avermi fatto perdere la voglia di studiare, di conoscere, di imparare.

        (Ringrazierò sempre l’università per avermela fatta ritrovare, peccato – in parte – che ormai fossi orientata per un altro ambito).

        Btw, la matematica come la intendo io non è “nozioni”, ma proprio curiosità, problem solving, scoperta, confronto, ricerca di un ordine sempre nuovo…

      • storia comune: ho da ringraziare gli insegnati fino al biennio (incluso) più di coloro che li hanno seguiti.
        neanche l’università mi è stat troppo amica con i docenti di matematica: l’amore per una matematica diversa è tornato dopo… ironia della sorte, grazie alla letteratura, il giorno in cui presi in mano, per divorarlo, godel escher e bach e l’eterna ghirlanda brillante.
        anch’io un btw: scienze di numeri e scoperte e scienze della formazione, in fondo, anche per me son fortemente collegate. nella vita da dr jekill son ratto di laboratorio, in quella da mr hyde, per dire, divento formatore (ma questa è storia lunga).

      • Nella mia esperienza i docenti di matematica sono pessimi, a tutti i livelli. Noiosi, Demotivati. Passano l’idea che la matematica sia riservata a un’elite di geni che la trovano interessante a prescindere e la comprendono, mentre gli altri beh, se non ci arrivano “la matematica è così: o la capisci o non la capisci” (detto da una collega).

        Ogni giorno entro in aula con il terrore di passare anche io questo messaggio. Di non riuscire a trasmettere quanto sia “magia” trovare soluzioni a problemi che sembrano irrisolvibili, quanto sia simbolicamente rassicurante il fatto che i conti tornino, sempre.

        Btw, credo che fare ricerca e fare formazione (nel senso di formare gli altri) siano due attività strettamente collegate. La mia ricerca funzionava bene solo quando avevo i corsi e il continuo scambio con gli studenti, la necessità di mostrare, di trovare linguaggi comuni. (Poi beh il mondo accademico mi ha dato la nausea, ma quella è un’altra storia).

      • ho presente. nel perodo in cui insegnai ne incontrai della stessa specie. per me era più facile, certo, insegnare scienze sfrutta forse maggiormente la possibilità di attingere all’empirismo ed alla quotidianità, ma matematica non è da meno (per altro, c’è un bellissimo testo sulla matematica nel mondo animale che mi ha fatto da guida in diverse lezioni)

  6. Il punto e virgola è una delle cose più belle del creato: tanto per cominciare, senza punto e virgola, ti saluto elenco numerato, e già ci saremmo persi qualcosa. E poi il punto e virgola contrasta sia con la codardia della virgola sia con la marzialità imbecille del punto; interrompe, certo, ma non in maniera oppressiva, ma come per darti il tempo di riflettere, di valutare quanto hai letto fino a quel punto. Il punto e virgola è il “frattempo” di cui parlano i Wu Ming, il tempo che devi prenderti per non soccombere di fronte alla dittatura “del tutto e subito” ed a quella, complementare, dell’aggiorna presto, aggiorna adesso!, a cui “noi” blogger dobbiamo sottostare; e, proprio per questo, il punto e virgola è una specie in via di estinzione, retaggio di un tempo che fu e che non sarà più. Ma io sono pasoliniano, e quindi voglio difendertelo. Almeno per un po’, ancora.

    Anche qui: non so se si è saputo quanto volevo dire, ma comunque grazie.

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