SQ n. 29: T-Rex notturno

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Ricopriva un ruolo di primo piano dentro a un Museo tra i più noti al mondo, uno di quei posti in cui ci devi andare per forza tante sono le cose da vedere e capire, un Museo che per capacità e diffusione culturale poteva essere considerato un’Istituzione di riferimento.
La questione era per lei importante ma se la incontravi capivi subito che era incapace di svolgere un lavoro, come il suo, all’interno di un luogo come quello: slavatina sia nel vestire sia nell’atteggiarsi; sempre con un vestitino da signora bene e il tentativo di essere giovanile con delle All Star ai piedi, rosse, fucsia, bianche; un sorriso da pesce lesso; una flemma noiosa al solo parlare; una pesantezza di pensieri da far paura e riflessi zero!

Però era una Dirigente che esprimeva potere, a lei ti dovevi rivolgere se volevi saperne di più sulla comunicazione anche digitale dell’intero Museo, insomma dopo conosciuta la domanda era: come ha fatto una così a essere qui e ricoprire un posto del genere?!
Se per un motivo o per l’altro ci dovevi collaborare o solo fare un “passaggio conoscitivo” il fastidio era tale che dovevi solo e comunque tenerti a freno per: non esagerare a parole; cercare di non alzare la voce dopo aver ripetuto per 10 volte la stessa cosa perché lei non aveva capito; dovevi trattenere la risata tanto le sue domande e anche le sue risposte erano banali e fuori luogo.
E “Dio ce ne scampi” ti veniva in mente quando tentava di fare batture divertenti o cercava di portarti ad ascoltare la sua vita privata dove il cane Luigi era tutto.
Diciamo che il “maledetto” riferito ai poeti d’antan e alle imprese dei grandi pensatori è un concetto ben spiegato dalla cultura, il maledetta riferito a lei era di altro tipo e si perché quando doveva firmare delibere e accordi c’era sempre qualcosa che non capiva, doveva approfondire o disprezzava al punto da interrompere qualsiasi trattativa che sembrava cosa fatta.
Maledetta perché stupida, maledetta perché poco sensibile, maledetta perché non sapeva fare un lavoro per cui era chiamata a impegnarsi, maledetta perché distruggeva speranze, ambizioni e promesse con un semplice voltafaccia… tra i peggiori che potresti augurarti di incontrare.
Infame invece è una parola che di solito attribuisci al traditore, lo associ a qualcuno che prima promette, poi nel momento più importante nega la promessa e agisce in modo scorretto e ti mette in difficoltà. Insomma l’infame è qualcuno che ha già dato prova che di lui non ti puoi fidare e prima o poi te la “tira”, magari ti “misura per tirartela” e ti trovi tradito quando meno te lo aspetti. Lei era la quintessenza dell’infamia, il concetto lo aveva dentro al DNA come valore aggiunto al suo sembrare slavatina e quindi lo usava come progetto inaspettato per attirare attenzione su di sé.
Dentro al Museo in cui svolgeva tutto ciò con il suo essere, una sera, prima di arrivare dal suo ufficio “Responsabile della comunicazione del Museo” all’uscita, la violentarono di brutto. A niente servirono le sue difese nel senso che chi ci dava dentro sul suo corpo era due volte lei e dieci volte più forte. Questo qui incappucciato di nero con una maglietta gialla e un T-Rex nero serigrafato sopra, sapeva cosa fare e lo faceva con una certa velocità maestria e tecnica. Quindi si ritrovò dopo mezz’ora di questo servizio seduta lungo un corridoio “rigirata come un calzino”, con gli abiti strappati nei punti giusti e le All Star non più al suo posto. Le facevano male i posti delicati del corpo, aveva ematomi da costrizione un po’ ovunque e dai lati della bocca uscivano bave che formavano rigagnoli arginati dai capelli. Tutto ora era in silenzio.
Non riusciva a parlare ne a muoversi ma uno strano sorriso le solcava le labbra, una specie di smorfia da Pagliaccio da Circo che ti faceva pensare che forse le era piaciuto e per fortuna era successo. Ma poteva benissimo essere anche: peccato, ne vorrei ancora!

“Supereroi Quotidiani n. 29 – Storie possibili di prossime trasformazioni”
Testi di Davide Lorenzon – illustrazioni di Giuseppe Palumbo – Grafica di Fernando Ambrosi

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4 commenti
  1. Continuo a pensare che non sia lecito nemmeno nella finzione di un racconto far provare piacere a una donna stuprata. Non finchè ci saranno persone che, leggendolo, ci crederanno.

    • Non ho nessun intento censorio, ma un campanello d’allarme suona forte. L’ho condiviso

      • Lo stesso campanello è suonato anche a me…

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