Ritratti dal Calvino: Daniel Di Schüler

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Daniel Di Schüler è nato nel 1964 in provincia di Como. La sua storia personale, fatta di viaggi e soggiorni all’estero, è un vero e proprio romanzo, ricco di personaggi e di luoghi. Attualmente vive in Galizia, vicino a Finisterre, in un piccolo villaggio che conta circa duecento anime. Qui si dedica alle sue molte passioni che vanno dalla pittura alla scultura, dalla scrittura alla navigazione. Entrato tra i finalisti della 28° edizione del Premio Italo Calvino, il suo manoscritto si è aggiudicato la menzione speciale della giuria, di cui facevano parte Paolo Giordano, Dacia Maraini, Francesco Permunian, Fabio Stassi e Chiara Valerio. Il 12 maggio scorso è stato pubblicato dalla Baldini&Castoldi con il titolo di Un’Odissea minuta, ed è stato presentato al grande pubblico durante il Salone del Libro di Torino 2016.
Con il suo romanzo d’esordio, Daniel Di Schüler ha saputo creare un’opera inusuale, complessa e insieme scorrevole, densa di richiami e di significati, capace di svolgersi passo dopo passo grazie alla collaborazione del lettore che può così scoprire – o riscoprire – l’intenso piacere della lettura attiva.

Un’Odissea minuta è un testo talmente particolare che chiederti quali siano i tuoi autori di riferimento e quali letture ti abbiano ispirato diventa un primo step quasi obbligatorio.
I miei autori di riferimento? Certamente il sacro trio: Joyce, Proust e Kafka. Amo poi Musil, Joseph Roth e Svevo. Cito loro e mi pento di non aver nominato Thomas Mann, mi rendo conto di dover perlomeno accennare a Céline e di non poter dimenticare il genio di Karl Kraus (la coralità de Gli Ultimi giorni dell’Umanità è tra gli obiettivi che prima o poi vorrei raggiungere). Sono un europeo figlio del ‘900, insomma. E sono un italiano. Amo Calvino e Buzzati. Considero Mario Rigoni Stern e Primo Levi due grandissimi. Amo la memorialistica più della finzione: quando ascolto chi è sopravvissuto sto sempre molto attento. E amo Fenoglio, forse più di tutti, forse perché nelle sue pagine trovo tracce di quasi tutti, forse perché mi è tanto facile immedesimarmi in lui, se non altro per il suo rapporto con l’inglese tanto simile al mio. Troppi nomi? In realtà dovrei citarne ancora altri, di sommi e di autori che non tutti considerano tali. Un modo per dire che, prima di diventare uno scrittore, sono stato un lettore. Tutto quel che ho letto fa parte di me e della mia scrittura.

Tra i vari elementi che rendono insolito il tuo libro c’è senza dubbio la struttura: scritto in forma di romanzo per una ventina di pagine iniziali e poi sviluppato attraverso circa seicento pagine di note. Perché hai scelto questa costruzione?
Senza originalità, volevo raccontare la storia di un uomo qualunque; di uno Zeno o di un Ulrich dei nostri giorni. Non volevo però che il mio protagonista entrasse in una casa borghese per chiedere la mano di una ragazza e ne uscisse fidanzato come un’altra. Volevo narrare di un Fallmerayer capo di una stazione dove non avvengono incidenti. Però non sapevo come farlo. Come non annoiare il lettore? Come renderlo partecipe di una vita in cui non accade nulla di notevole e che non offre appigli per una trama avvincente? Picasso diceva che nell’arte non si cerca, ma si trova. Io ho trovato la risposta che cercavo scrivendo tutt’altro, mettendomi a sviluppare l’apparato di note necessario a un mio lavoro sulla Prima Guerra Mondiale. Dallo scrivere quelle note al capire che, in modo del tutto analogo, avrei potuto raccontare i mille ricordi di cui è fatta anche la più scialba delle biografie, il passo è stato brevissimo.

Da dove viene la storia di Alberto Cappagalli e perché hai sentito il bisogno di raccontarla?
La storia viene dagli anni che ho speso come impiegato nel settore industriale, facendo più o meno lo stesso lavoro del ragionier Cappagalli. Perché raccontarla? Perché i nostri figli e nipoti guarderanno con orrore alla nostra barbarie e si chiederanno come abbiamo potuto. Tra le opere che mi hanno influenzato in questo senso, un posto d’onore tocca a La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, di Hannah Arendt. Ecco: Alberto Cappagalli, con il suo razzismo “bonario” e con la sua misoginia qualunquista non è un Eichmann nostrano, ma è la materia prima di cui gli Eichmann sono fatti. È uno come tanti, come tutti o quasi, tanto vittima quanto carnefice di una società che ha perso la bussola. Raccontare la sua storia ha richiesto solo pochi mesi di scrittura, però ci sono voluti anni di riflessione per completare il lavoro; io scrivo velocemente ma a strappi, tra punti morti che mi tengono bloccato a volte molto a lungo. Anni di riflessione che poi hanno portato alla stesura di diagrammi sempre più complessi, necessari a tenere sotto controllo il protagonista e tutto il suo mondo. Insomma, ho costruito diversi “schemi Linati dei poveri”, o dei miserabili.

Un’Odissea minuta è un’opera a due voci, recitata in tre tempi diversi: la voce protagonista (quella di Alberto Cappagalli) enuncia le venti pagine-romanzo d’apertura e la prima serie di note, mentre l’altra (quella di Daniele Scolari) fa da controcanto nella seconda serie di note. Chi sono e cosa rappresentano Alberto e Daniele?
Di Alberto ho già detto quasi tutto. È viscerale e irragionevole, banale e sciatto. È il peggior qualunquista, l’eterno sommerso, lo sconfitto di sempre. È tutto questo o rischierebbe d’esserlo se non trovasse la forza di salvarsi, se i vaghi ricordi di antichi valori non gli consentissero di arrivare, proprio alla fine del libro, alla parola chiave che è la vera e propria essenza delle civiltà europea. Daniele, suo cognato, è un po’ il Dedalus della situazione. Cerca di portare la luce della ragione nelle tenebre di Alberto, di mettere ordine nei suoi pensieri. Con le sue note alle note, inoltre, proietta il libro nel tempo; lo renderà leggibile – e spero godibile – anche quando i protagonisti della nostra epoca saranno, appunto, delle piccole note a piè di pagina nei libri di storia. (Sì, ho una visione altissima della mia opera. Chi professa umiltà e pretende che altri spendano del denaro per leggere quel che scrive è a dir poco un bigotto.)

Un’altra cosa che salta subito all’occhio è il “gioco dei nomi”: dai personaggi alle località geografiche in cui si muovono, ogni nome che hai scelto è denso di richiami e di significati.
Il gioco dei nomi è, prima di tutto, un gioco. Un modo per divertirmi e divertire il lettore, che magari sorriderà scoprendo come Rosa e il nostro ragioniere si siano sposati a Figliate Appiano. Ovviamente ne ho approfittato anche per far passare altri messaggi. Non è certo casuale che il ragionier Cappagalli – a chi alluda il “cappa” del cognome è evidentissimo – viva a Commiserate Ontona e che la città vicina, capoluogo delle provincia eterna rivale, si chiami Compiangete Laltro. Un gioco in cui ho però cercato di rispettare alcune regole: tutti i cognomi inventati ricalcano cognomi reali e i nomi geografici seguono la reale distribuzione delle località lombarde; infatti i nomi con la desinenza celtica si trovano principalmente lungo la fascia prealpina, mentre quelli goti e longobardi si snodano verso la pianura, e così via.

Mettiamo un attimo da parte il Daniele co-protagonista e veniamo al Daniel autore. Tu vivi da molto tempo in Galizia: perché hai scelto d’imboccare la strada del Premio Italo Calvino e perché pubblicare in Italia?
Ho voluto pubblicare in Italia per la banale ragione che sono italiano e l’italiano è la mia lingua madre. Scrivo anche in inglese e spagnolo, ma la mia abilità in queste due lingue non va oltre la decenza. Sono venuto a sapere del Premio Italo Calvino pochi anni fa, grazie a un’amica torinese che me ne ha parlato. Lo avessi conosciuto prima, mi sarei iscritto prima: lo ritengo, semplicemente, la strada maestra verso la pubblicazione.

Raccontaci la tua esperienza con il Calvino, dall’iscrizione al concorso fino alla pubblicazione con Baldini&Castoldi.
Ho partecipato a tre edizioni consecutive del Calvino. Non avessi trovato un editore, avrei continuato a iscrivermi anno dopo anno. Credo che questo sia un buon indice della stima che nutro per il Premio e per i suoi organizzatori: trovo il loro lavoro sempre cristallino. La loro analisi delle opere in gara, inviata a tutti gli autori partecipanti sotto forma di scheda di lettura, è una fonte preziosa d’indicazioni. Nel mio caso, ad esempio, le schede di lettura sono state ottime guide e mi hanno spinto a migliorare lo stile, liberandomi dai vezzi eccessivi. Quanto alla pubblicazione, ritengo di essere stato fortunato nel trovare in Baldini&Castoldi un editore che ha davvero creduto in me. Fortunatissimo, poi, nel lavorare a fianco di Corrado Melluso, il direttore editoriale, che si è personalmente occupato del mio libro. Un lavoro che ha condotto mostrando un estremo rispetto tanto del mio testo quanto delle mie idee. Se per qualcuno l’editing è stato fonte di mille dolori, a me è costato solo qualche goccia di sudore e poco più; posso sicuramente annoverarlo tra i bei ricordi di quest’avventura.

Cosa ne farai, adesso, del tuo provato talento di scrittore? Che tipo di rapporto hai instaurato con il mondo letterario italiano?
Da quando ho iniziato a scrivere Un’Odissea minuta ho portato a termine perlomeno altri cinque libri. Da quando il libro è entrato nella rosa dei finalisti del Calvino ne ho completati due. In questi giorni sono impegnato in una traduzione. Appena l’avrò finita, spero di avere le idee abbastanza chiare per iniziare un romanzo a cui sto pensando da molto tempo: so benissimo cosa voglio dire ma, una volta di più, non sono certo di quale sia il miglior modo di dirlo. Il mondo letterario mi sembra una foresta in cui ho mosso solo un paio di passi; troppo pochi per dirne qualcosa. Mi è ignoto, ecco, e proprio per questo mi spaventa. O quasi.

Ritratti dal Calvino (n. 8)
in collaborazione con Premio Italo Calvino
interviste di Ella May, ritratti di Davide Lorenzon

Leggi qui le altre interviste

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