Ritratti dal Calvino: Cesare Sinatti

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Cesare Sinatti è un giovane uomo dallo sguardo dolce e dal sorriso discreto, laureato in Scienze Filosofiche. La passione per la filosofia antica, che ancora domina le sue scelte di vita, lo ha condotto fino a Chicago, dove ha vissuto e studiato per un intero anno. Ad oggi vive a Fano, sua città natale.
Stupisce che un venticinquenne si dedichi con tanta tenacia a una branca così lontana da quelli che sono i più comuni interessi attuali; stupiscono il linguaggio, l’intensità e la forza della sua scrittura, che nella mitologia e nella letteratura classica trova la sua fonte d’ispirazione.
Non stupisce perciò che la giuria della 29° edizione del Premio Italo Calvino lo abbia eletto a vincitore, in ex aequo con Elisabetta Pierini che conosceremo nel prossimo numero della rubrica. Con il suo manoscritto intitolato La splendente, Cesare ripercorre l’epoca della Guerra di Troia, gettando una luce nuova e inattesa sui fatti e sui personaggi che hanno animato una delle vicende più affascinanti della cultura greca, da cui tutti noi in un modo o nell’altro discendiamo.

Con il tuo romanzo hai voluto recuperare una sezione della mitologia greca per riscriverla secondo la tua personale sensibilità. Perché hai scelto questo percorso?
Ho scritto un romanzo a tema mitologico perché mi appassionano la mitologia e le religioni antiche, in particolare quella greca. Il mito ha questa misteriosa qualità di continuare a essere affascinante attraverso le epoche storiche: ci sono storie che continuano a dirci qualcosa, anche quando non riguardano più direttamente il nostro tempo e la vita che viviamo tutti i giorni. La vita degli eroi omerici, per esempio, era molto diversa dalla nostra. Nonostante ciò, continuiamo a interessarci a loro, ci appassioniamo alle loro vicende, le raccontiamo. Questo perché in un certo senso si tratta di storie che continuano a parlare di noi, a dire qualcosa su cosa significa essere umani. Il “gioco” che ho cercato di realizzare col mio romanzo è il “gioco” che il mito ha sempre realizzato attraverso il tempo, cioè produrre una serie di risonanze e associazioni fra certe situazioni del mito e certi aspetti della vita. La vita è l’argomento di cui volevo parlare, prima di tutto: volevo descrivere cosa significa amare la bellezza nella vita, cosa significa perderla. E, soprattutto, cosa significa fare una guerra per riconquistarla.

Da dove nasce la tua passione per la cultura greca e per l’età classica?
Mi è sempre interessata l’attenzione che l’età classica aveva per ciò che è “umano”, per cosa significa essere umani e vivere da esseri umani. Pierre Hadot diceva, ad esempio, che la filosofia antica era essenzialmente un “modo di vivere”. In un certo senso questa attenzione per la vita ha caratterizzato tutta l’età classica e le età che si sono ispirate ad essa, come il nostro Rinascimento. In un certo senso, mi pare che nell’antichità ci si preoccupasse di cosa significava essere umani, di come si dovesse vivere. Secondo me, i miti si raccontano ancora e sono così interessanti perché hanno sempre qualcosa da insegnare sulla vita, perché attraverso immagini “fantasiose e fantastiche” riescono a dirci così tanto di noi stessi. Quanto è umano Icaro che vola troppo vicino al sole? Possiamo credere che sia solo il personaggio di una vecchia storia greca, ma la sua temerarietà può essere riconosciuta nella gioventù di ogni epoca, forse anche della nostra.

Pur basandoti su ciò che è dato per assunto in merito alla Guerra di Troia, hai ridisegnato molti dei personaggi che l’hanno animata: come hai condotto la loro ricostruzione?
La maggior parte delle immagini significative sono venute dalla lettura dei testi classici, quello che ho fatto io è stato più che altro ricucire assieme le diverse versioni della storia per costruire un coro. Una delle bellezze dei miti è che esistono versioni alternative di una stessa vicenda. Il mio tentativo è stato più che altro quello di mescolare quelle in grado di rendere più semplice la costruzione di associazioni e risonanze attorno ai temi che mi interessano. L’aspetto più lontano dal mito classico è, probabilmente, la psicologia dei personaggi. È difficile dire cosa stia alla base di una psicologia fittizia come quella di un personaggio di un romanzo. In parte si tratta, certamente, di imitare qualcosa della realtà: in questo senso i personaggi ci risultano familiari. A me interessava mettere in gioco psicologie che sembrassero reali, all’interno di una vicenda mitologica fittizia. Il problema è che non è mai veramente chiaro quanto queste psicologie fittizie dipendano dalla realtà o siano invece ispirate dalle immagini del mito, e quanto le immagini del mito che ho scelto siano state scelte a loro volta perché richiamavano qualcosa della realtà. Parte del divertimento, nel comporre questo romanzo, è stato vedere come davvero qualsiasi cosa, dalle letture che facciamo alle persone che abbiamo incontrato, finisca poi per partecipare più o meno consciamente alla costruzione di una storia.

Hai intitolato il tuo manoscritto La splendente, riferendo questo solenne attributo alla figura di Elena. Perché Elena è la splendente?
Prima di tutto Elena è la Splendente perché lo dice il suo nome. Una delle possibili etimologie del nome lo fa risalire al greco ἑλένη (helene), che significa “torcia”, “fiaccola”. Il nome può quindi essere ricollegato all’idea di qualcosa che splende, da lì il titolo. Elena è la figura principale, il motore delle vicende degli uomini, ma non diventa mai un vero e proprio personaggio, resta sempre in qualche modo distante. Ho cercato di ricollegarla a tutta una serie di concetti, ma di fatto quella di Elena è un’immagine inesauribile. Volevo dare l’idea di qualcosa di assolutamente incorruttibile, che continua a brillare anche quando tutto sembra perduto. La mia Elena non è la “cagna” traditrice di suo marito, come lei stessa si definisce nei poemi, né il simulacro senza corpo di Euripide. È una luce, prima di tutto, che brilla tanto più intensamente quanto più l’orrore le si oppone.

Tu cosa pensi di aver imparato dalla storia passata, soprattutto da quella greca?
Io mi sono interessato principalmente di storia mitologica per cui, in un certo senso, non mi sono occupato di “Storia” vera e propria. Però, a guardare bene, il meccanismo con cui la storia in generale ci insegna qualcosa non è tanto diverso da quello dei miti. Impariamo dalla “Storia” così come impariamo dalle storie, ovvero perché riconosciamo delle somiglianze fra elementi del racconto e elementi della nostra vita. In questo senso, tutte le storie dicono sempre qualcosa su di noi. Quella che ho scritto è principalmente la storia di una guerra, la Guerra di Troia. Ora, questa guerra può significare tutto e ha significato tutto, nel corso del tempo. Il modo in cui io, nello specifico, ho voluto parlarne è legato a un certo modo doloroso di vivere e abbandonare la giovinezza, è legato al desiderio e alla necessità del sacrificio, alla nostalgia per una bellezza scomparsa da riconquistare.

Qual è il tuo personaggio preferito e perché, tra quelli che hai trattato nel libro?
Achille è probabilmente il personaggio a cui sono più affezionato, anche al di là del mio romanzo. C’è qualcosa di tragico nel modo in cui tutto quello che fa viene continuamente frustrato. Achille è il migliore fra gli Achei, ma nulla gli riesce facile. Ho cercato di riprendere un po’ questo concetto della frustrazione e di raccontarlo in maniera diversa. Il mio Achille non è esattamente quello classico, passionale, irascibile. È ancora un personaggio dalle emozioni violente, ma principalmente perché è quello che più intensamente percepisce la paura della morte e del dolore, e che più intensamente la combatte. Un altro personaggio che mi è piaciuto molto è Odisseo. La sua lotta è diversa da quella di Achille perché è più silenziosa, è una lotta di resistenza. Odisseo sa che tornerà a casa, ma sa anche che dovrà attendere vent’anni. Sono due figure molto diverse e forse per questo mi sono piaciute così tanto. Mentre Achille deve affrontare un solo istante terribilmente spaventoso (quello della morte che gli è stata profetizzata), Odisseo si trova invece combattere non contro il fatto che il tempo gli abbia sottratto qualcosa, ma con lo scorrere stesso del tempo: la sua prova è saper attendere, saper resistere durante i vent’ anni necessari per il ritorno a casa. Sono anche simili, però: Achille non si arrende alla paura della morte, Odisseo non cede alla paura di una vita dolorosa.

Usciamo dal libro e parliamo di te: perché hai deciso di partecipare al Premio Italo Calvino? E perché tra tutti i concorsi possibili hai scelto proprio il Calvino?
Quello del Premio Italo Calvino è uno dei primi nomi che compaiono quando si cerca un concorso per esordienti o un’occasione di pubblicazione, soprattutto se si ha un po’ di familiarità con Internet. È uno dei premi più conosciuti ed è uno dei pochi in cui viene comunque consegnata a tutti i partecipanti la scheda di lettura del romanzo. Insomma, ci sono ottimi motivi per partecipare, se si ha un romanzo inedito da far leggere a qualcuno che non sia un amico o un parente, per ricevere un giudizio valido e professionale. Ho scelto di partecipare con La splendente principalmente perché stavo terminando la prima stesura del libro proprio nel periodo in cui scadeva la partecipazione al premio. Inoltre la quota di partecipazione alla 29° edizione era stata diminuita per i giovani sotto i venticinque. Mi sono sembrate coincidenze interessanti, così ho deciso di provare.

Cosa ti ha dato il Premio Italo Calvino?
In realtà non lo so ancora, il percorso è appena iniziato. Poter pubblicare è un traguardo, ma anche un inizio: non so cosa succederà da qui in poi e ho molta voglia di scoprirlo. L’aiuto da parte di quelli del Calvino è, ovviamente, grandissimo: sono loro che si occupano di contattare i vari editori e di presentare l’autore presso di loro. In qualche maniera è grazie a loro se si riesce a infrangere la barriera del primo contatto con gli editori. Purtroppo per ora non so dire molto di più, perché quello che accadrà è tutto da scoprire.

Dalla vittoria alla futura pubblicazione: cosa sta succedendo a te e al tuo manoscritto?
Per ora ho avuto un importante incontro con la casa editrice Feltrinelli e ho firmato il contratto. Il lavoro vero e proprio sul libro ha i suoi tempi e, almeno per me, deve ancora cominciare. La pubblicazione è prevista per la seconda metà del 2017. Sono molto curioso di vedere che cosa ne verrà fuori e come sarà lavorare con Feltrinelli. Ovviamente spero che il romanzo venga letto e, soprattutto, che piaccia a chi lo leggerà. Paure e dubbi particolari non ne ho, non lo dico per spavalderia. Tutto questo poteva non succedere e invece è successo: non mi sembra che ci sia niente da perdere in quello che deve venire. Per il momento, più che altro, sono grato a tutta una serie di circostanze e di persone che hanno reso questa cosa possibile, volontariamente o no.

Te la senti di anticiparci qualcosa su Elisabetta Pierini, vincitrice assieme a te dell’ultima edizione del Calvino?
Purtroppo non ho avuto molte occasioni di parlare con Elisabetta, anche se ci siamo incontrati diverse volte. Fra una cosa e l’altra abbiamo partecipato a qualche evento, ma eravamo quasi sempre circondati da molte altre persone, quindi non so bene cosa dirti di lei, a parte che sono molto curioso di leggere il suo libro! Per il resto, spero che ci incontreremo di nuovo in giro, magari a qualche presentazione. Intanto le mando un caro saluto e le auguro tutta la fortuna che merita.

Ritratti dal Calvino (n. 9)
in collaborazione con Premio Italo Calvino
interviste di Ella May, ritratti di Davide Lorenzon

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