Ritratti dal Calvino: Giuseppe Imbrogno

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Giuseppe Imbrogno è un progettista sociale milanese che coltiva da tempo un tenace rapporto con la scrittura.
Ama il tennis, le serie TV di David Simon, i film di Werner Herzog e i libri di Carrère.
Durante gli studi ha vissuto per due anni in Germania, dopodiché ha lavorato nel marketing e infine è approdato al no profit, settore in cui oggi lavora.
La Giuria della 29° edizione del Premio Italo Calvino ha conferito al suo romanzo, intitolato Il perturbante, una menzione speciale meritatissima; utilizzando uno stile moderno e suggestivo, Giuseppe ha infatti costruito un romanzo molto particolare e praticamente perfetto, in grado di mostrarci come le nostre vite siano ormai connesse alla rete e quanto siano arrivate a coincidere con essa. La storia che ci racconta potrebbe riguardare chiunque ed è proprio per questo che il suo testo risulta magnetico e inquietante. Uno degli aspetti più sorprendenti del Perturbante è senza dubbio il linguaggio preciso, tecnico e ricco di neologismi, punto di forza così rilevante da meritare la selezione per l’edizione 2016 del RicercaBo, prestigioso laboratorio dedicato alle nuove scritture che ogni anno punta i riflettori sui più innovativi talenti del nostro panorama letterario.

Il tuo romanzo ci presenta un tema estremamente attuale, cioè il rapporto tra l’uomo e la “rete”. Partiamo dai social network, che ne sono il fenomeno più evidente: come funziona secondo te il meccanismo che ce ne rende in qualche modo “dipendenti?”
Nel Perturbante il fenomeno “social network” è strettamente connesso a quello del desiderio, dell’osservazione, della conoscenza tra individui. Un uomo (Lorenzo) incontra per caso un altro uomo (Sergio). Raccoglie delle prime informazioni. La curiosità e l’interesse aumentano. La sua professione (analista di big data) e le infinite possibilità offerte dalle nuove tecnologie gli consentono di ampliare ulteriormente questa ricerca e ad ogni nuova informazione aumenta la sua sete di ulteriori informazioni. Questo tipo di relazione, in cui “si conosce” e “si ignora” allo stesso tempo, è caratteristica dei social network. Pensiamo ai diversi “amici” che nella vita reale quasi mai incrociamo e di cui, però, sappiamo tantissimo. Oppure alle relazioni con “oggetti” e “fenomeni” che riguardano non il singolo ma i gruppi, le comunità e che, per certi versi, sono ancora più interessanti. Nei vari #JeSuis che durano una settimana o nelle bufale che portano le persone a litigare in rete e a volte a scendere in piazza, ci si illude di essere realmente in contatto con l’oggetto, si perdono di vista gli strati, le mediazioni, i limiti della consapevolezza. “Conosciamo” e insieme “ignoriamo”, appunto.

L’esposizione personale nelle vetrine virtuali: quanto è auto-determinata e quanto invece è pilotata senza che l’utente se ne renda conto? In questo teatrino chi è il vero burattinaio?
Entro in un locale, riconosco un volto, quella persona è tra i miei contatti di Facebook, i nostri sguardi si incrociano, a volte ci si saluta imbarazzati, spesso nemmeno quello. Eppure di quella persona io conosco diverse cose, anche private: se gli/le piace il sushi, dove è stato/a in vacanza, se è fidanzato/a, quali sono le sue posizioni politiche, se ha vissuto di recente un lutto. Alcune informazioni me le ha fornite lui/lei, altre me le sono costruite io a partire da quelle che lui/lei, spontaneamente, ha fornito. Premesso che FB è un’azienda privata che vive dei dati che noi forniamo, penso non sia possibile ascriverle responsabilità che, di fondo, sono nostre. Se da una parte siamo da sempre immersi nel desiderio per l’Altro, allo stesso tempo, da sempre, amiamo essere cercati, osservati, ammirati, conosciuti. Il social ci dà questa possibilità e, in una qualche misura, alimenta la nostra inclinazione a esporci. Grazie a queste nostre inclinazioni Zuckerberg e altri fanno soldi, molti soldi.

Il protagonista del tuo romanzo, tramite la rete, riesce a scoprire un’infinità di cose sulla vita di Sergio, il suo “oggetto del desiderio”; secondo te è la presenza di internet ad alimentare la curiosità o è la curiosità umana a determinare l’uso di internet?
Credo che il desiderio e la curiosità più o meno morbosa per l’Altro siano, di fatto, alla base della nostra evoluzione. È per questo che abbiamo iniziato a interrogarci sul mondo, è per questo che siamo usciti dal brodo primordiale e mosso i nostri primi passi sulla terraferma. Lorenzo è un data analyst: “lo studio degli altri” è per lui tanto una professione quanto una passione personale che grazie alle nuove tecnologie (i social network, ma anche le carte di credito, i lettori delle casse dei supermercati, etc.) può essere soddisfatta anche di sera e nei weekend, diventando un’attività che occupa la sua intera esistenza. Per lui tutto ciò che è presente in rete (le previsioni del meteo, gli ordini su Foodora, le recensioni su Tripadvisor, ma anche gli sms inviati alla fidanzata, la cronologia delle ricerche su Google) è automaticamente “a disposizione”. Non esistendo confini fisici, non ne esistono nemmeno di morali. Le colonne d’Ercole appartengono al passato.

Non solo la nostra socialità, anche i nostri conti, il nostro lavoro e perfino la nostra salute viaggiano sui canali della rete. È ancora possibile la privacy o è solo un’illusione?
Scrivo una lettera, la metto in una busta, la sigillo, la spedisco. A Poste Italiane non interessa il contenuto della lettera, ma solo che io la stia spedendo. Se invece scrivo un post, a Facebook non interessa l’atto della trasmissione, bensì il suo contenuto. I social network la lettera vogliono leggerla e vogliono che siano in tanti a poterla leggere. Lo stesso avviene quando uso una carta di credito (a Visa interessa, eccome, sapere che cosa sto comprando) o quando faccio una ricerca su Google e dopo un secondo mi arriva della pubblicità mirata. I nostri dati sono una merce molto ricercata e, come tale, redditizia. Lo scambio che ci viene continuamente proposto è quello di cedere parte dei nostri dati al fine di poter accedere a qualche servizio. Esistono delle alternative? Certamente. Ad esempio negli ultimi tempi i contenuti personali su Facebook sono di molto diminuiti a scapito delle news, fatto che sta preoccupando non poco Zuckerberg e soci. La possiamo considerare una forma di “resistenza”? Allo stesso tempo, però, qualche giorno fa, un mio collega: “Hai visto Googlephoto? Certo, poi loro hanno tutti i miei album, però che comodità!”. Gli album di fotografie, cartacei, sono gli stessi che la mamma o la nonna mostravano in un preciso momento della vita, una sorta di cerimonia laica. Oggi la stessa cosa la fai con un clic e accetti di offrire tutta la tua vita a un’azienda privata, per sempre.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo?
Se quello del desiderio è sicuramente un tema classico nella letteratura, credo che un elemento nuovo del romanzo Il perturbante sia quello di assumere il punto di vista di chi “interpreta” persone, esistenze e rapporti traducendoli in dati, numeri e connessioni. Io uso i social network con una certa frequenza, li trovo degli ottimi aggregatori di informazioni; spesso, come tutti credo, faccio pure fatica a “mettere insieme” o a “fare ordine” tra queste informazioni. Volevo esplorare questo aspetto, provare a raccontare la Weltanschauung di chi ha fatto della raccolta, dell’analisi e dell’interpretazione di queste informazioni la propria professione e la propria principale occupazione. Assumendo la “prospettiva dei big data”, come interpreto il quotidiano? Come leggo certi fenomeni? Quali diventano i miei criteri di scelta e i miei valori, ammesso che ancora di valori si possa parlare? Se tutto è informazione, ha ancora senso parlare di giusto e sbagliato? Di pubblico e privato? Di passato e futuro? Non diventa tutto terribile e, allo stesso tempo, paradossalmente liberatorio?

Parlaci un po’ della tua esperienza con il Premio Italo Calvino: perché hai partecipato e cosa ti ha dato il PIC?
Il Premio lo conoscevo già, ma fino all’anno scorso non avevo mai pensato di parteciparvi. Durante la scrittura del testo Il perturbante ho avuto la fortuna di poter fare leggere il testo ad alcune persone i cui giudizi e consigli sono stati fondamentali. Parlando con uno di loro, un giorno, è nata l’idea del Calvino.
Ovviamente tutto quello che è successo è stato per me inaspettato. Credo che una delle principali necessità per chi scrive sia quella di ricevere validi “riscontri”. La propria cerchia personale, come detto, è fondamentale, ma non può essere esaustiva. I Lettori e la Giuria del Calvino mi hanno dato soprattutto questo: un riscontro oggettivo, un giudizio professionale e la consapevolezza che il mio romanzo possa interessare qualcun altro.

Dopo la menzione del Calvino, cosa ti aspetti dal tuo romanzo e quali progetti hai per il futuro?
Chi scrive lo fa per diversi motivi, certo, ma alla base c’è una prima, semplice ragione, in fondo la stessa per cui scriviamo un post on line: essere letto da altre persone. In questo, se vogliamo, il rapporto tra Lorenzo e Sergio ha qualcosa del rapporto tra scrittore e lettore. La mia speranza è, quindi che Il perturbante possa essere letto da altre, possibilmente tante persone. Quanto al futuro immediato, tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 dovrebbero essere pubblicati alcuni miei racconti, mentre sono impegnato nei lavori di ricerca e di prima stesura di un nuovo romanzo.

Ritratti dal Calvino
in collaborazione con Premio Italo Calvino
interviste di Ella May, ritratti di Davide Lorenzon

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