Ritratti dal Calvino: Carmela Scotti

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Nata a Messina nel 1973, Carmela Scotti è una donna dalle mille sfaccettature che passa con disinvoltura dal pizzo chiacchierino alla cronaca nera, senza disdegnare profumate incursioni nel mondo della pasticceria. All’età di diciotto anni se n’è andata di casa per trasferirsi a Palermo, dove si è mantenuta facendo un’infinità di lavori, dalla commessa alla bibliotecaria, dall’insegnante di fotografia in una struttura per disabili mentali all’operatrice telefonica per le vecchie linee erotiche 166. Oggi è una splendida neomamma che vive in Brianza e che lavora per i settimanali Cronaca Vera e Tu Style.
Il suo primo romanzo ha meritato l’ingresso nella rosa dei finalisti nella ventisettesima edizione del Premio Italo Calvino, piazzamento che l’ha condotta fino alla pubblicazione con Garzanti, all’interno della collana Narratori Moderni. Con L’imperfetta, Carmela ci trascina in un mondo arcaico e misterioso, capace di grande dolcezza e di opprimente violenza, raccontato con un linguaggio potente e sincero che, in un modo o nell’altro, sa lasciare il segno sulla pelle dei lettori.

Iniziamo subito da lei, Catena, la tua protagonista: chi è? E perché è “imperfetta”?
Catena è la rappresentazione vivente dell’infanzia e dell’adolescenza negata, della forza titanica che nasce dalla consuetudine con il dolore. Catena è un’adolescente che lotta per non essere sopraffatta dalla brutalità del mondo adulto, che resiste, cercando di rivendicare il suo diritto di sognare, di amare, di sperare che possa esistere un lieto fine al di là del territorio minato della sofferenza in cui si svolge la sua esistenza. Catena è “imperfetta” perché è una donna nata “storta”, cresciuta “storta”, una ragazza “selvaggia” come la natura in cui si muove, ma indomita, nonostante tutto, perché sa che il suo eterno andare, il suo cadere e rialzarsi quotidiano, rappresentano un percorso di crescita che la porterà a costruire un ponte verso il futuro, a lasciare nel mondo un segno del suo passaggio, una possibilità di riscatto e di guarigione dalle ferite che la vita non le ha risparmiato.

Come hai creato il mondo di Catena, sospeso tra magia, contatto con la natura e tradizione popolare?
Catena vive in un mondo arcaico, fondato su un legame profondo con una terra magica e complessa qual è la Sicilia. Nel suo viaggio Catena si porta dietro un bagaglio di conoscenze legate principalmente alla medicina popolare ed è grazie a quel bagaglio che riesce a sopravvivere a ogni vicissitudine, ricordandoci in ogni momento che la Natura può essere una magnifica compagna di viaggio, madre ma anche matrigna, generosa quanto crudele. Quando nella mia mente ha preso corpo la trama del romanzo, è arrivata immediata l’idea di ambientarlo in Sicilia, la terra nella quale sono nata e alla quale ritorno ogni volta che una storia “mi frulla in testa”. Credo che la Sicilia, con le sue mille contraddizioni, sia una terra profondamente “letteraria”, abbagliata da un sole potente e segnata da ombre nerissime, da leggende magiche e “stregonesche” che la rendono irresistibile. Nascere e crescere in Sicilia implica inevitabilmente una consuetudine con le tradizioni e le credenze popolari. Una mia vicina di casa, per esempio, metteva e toglieva il malocchio a chiunque le chiedesse aiuto, ed era anche un’esperta nella lettura del futuro dentro alle tazzine del caffè. Ricordo che passavo ore a guardarla, ad ascoltare le storie che quei rimasugli limacciosi sapevano raccontare…

Il cuore centrale del tuo libro può essere riassunto in due parole: “violenza” e “famiglia”. È un binomio terrificante eppure sempre presente, dalla notte dei tempi ad oggi.
Oggi, come ieri, la violenza in famiglia è rimasta una spaventosa costante che accomuna epoche e aree geografiche lontanissime tra loro, come un virus che resiste ad ogni cura e che contamina tutto e tutti. L’idea che il male cresca e prolifichi all’interno della famiglia, proprio in quel nido deputato a proteggere e accogliere, mi ha sempre fatto molta impressione (a maggior ragione adesso, che a me – in quanto madre – è affidata la cura di un altro essere umano) e per questo ho deciso di affrontare il tema nel mio romanzo, mostrando quali conseguenze terribili possa generare una violenza covata ed esplosa nel recinto familiare, e quali, e quante, ferite laceranti gli abusi possano aprire sulla pelle e nel cuore di un’adolescente.

Due delle caratteristiche più evidenti del tuo testo sono la potenza espressiva e la crudezza delle immagini. Perché, tra tutte le modalità possibili, ne hai scelta una tanto violenta per raccontare questa storia?
Le storie “dure” sono sempre molto complicate da gestire, sia per chi le scrive sia per chi le legge. Ma credo anche che, se raccontate nel modo giusto, sappiano lasciare nel lettore un segno profondo e fecondo; è un po’ come piantare un “seme” e aspettare che qualcosa spunti dal terreno. Se ho deciso di affrontare certe “tematiche” è perché le ho sempre sentite “vicine”, ne conosco modalità e linguaggio da quando, malauguratamente, sul mio cammino ho incontrato una persona che mi ha mostrato il lato più “feroce” del mondo adulto. Dopo quell’esperienza, nella mia vita sono cambiate tante cose, alcune sono andate perse e altre si sono rafforzate, ma di sicuro non ho mai permesso ai brutti ricordi di prendere il sopravvento. La mia forza di volontà è diventata quella di Catena, insieme alla convinzione che valga sempre la pena andare avanti. Solo così ciò che all’inizio è “sopravvivenza” può diventare una strada percorribile per cominciare a “vivere” davvero.

Il periodo storico in cui vive Catena presenta molti tratti tipici dell’Ottocento, sebbene in qua e là la collocazione temporale della storia assuma sfumature diverse che rendono difficile un’esatta collocazione della vicenda. Come mai questa sorta di commistione temporale?
In realtà, più che in un periodo storico preciso, mi piaceva che la vicenda di Catena si svolgesse in un passato arcaico, selvaggio e oscuro, un luogo che fosse l’equivalente geografico dell’animo di Catena, il riflesso, l’eco e l’origine delle sofferenze da lei vissute e della sua voglia di riscatto. Per questo mi sono concessa delle libertà rispetto alla coerenza storica, introducendo (soprattutto nel finale) elementi che sembrano provenire da altre epoche e che cancellano i recinti della storia, conducendoci in una fiaba nera che si allarga e si gonfia al di là del tempo e dello spazio.

Quali sono i tuoi modelli letterari di riferimento?
Ho sempre letto moltissimo e questo amore per la lettura è stato fondamentale in tutto il processo creativo che ha preceduto la stesura del romanzo. I miei modelli letterari di riferimento sono molteplici, proprio perché il mio amore per la letteratura non conosce, per fortuna, recinti e confini: di recente ho scoperto – e amato alla follia – la Sicilia magistralmente raccontata da Dacia Maraini ne La lunga vita di Marianna Ucria, così come ho amato il Curzio Malaparte de La pelle, o il Dino Buzzati di Un amore. Ho poi una passione viscerale per Victor Hugo, Joyce Carol Oates, Stephen King, Truman Capote, Richard Yates, Joseph Conrad, Cormac Mccarthy, e per le “storiacce sanguinolente” di cronaca nera. Non per nulla collaboro da anni con il settimanale Cronaca Vera.

Parlaci del percorso del tuo libro: è stato difficile scriverlo?
Il nucleo del libro ha preso forma da un fatto doloroso, la morte di mio padre, e dalla necessità di trasformare un lutto in qualcosa di “vivo”, in una vicenda che se ne andasse in giro sulle proprie gambe per lasciare un piccolo segno nelle vite di chi decidesse di ascoltarne la voce. Mentre il romanzo prendeva forma nella mia testa, ho cercato di capire come, e se fosse possibile, rendere “dolce” il dolore che sentivo, e ho capito che l’unica strada percorribile era trasformare quel dolore in parole, nella storia d’amore tra un padre e una figlia. All’inizio lavorarci è stato doloroso, sopratutto quando dovevo descrivere la malattia del padre di Catena, ma poi mi sono resa conto che il dolore si diluiva man mano che andavo avanti nella stesura, fino a diventare un pensiero non più lacerante ma “dolce”, dalle punte smussate.

Perché alla fine hai inviato L’imperfetta al Premio Italo Calvino?
Prima del Calvino, ho mandato il romanzo ad alcuni agenti letterari nella speranza che potesse raggiungere il traguardo della pubblicazione, ma ho sempre e solo ottenuto porte in faccia o suggerimenti velati a “lasciar perdere”. Devo dire, a onor del vero, che alcuni consigli ricevuti da parte di qualche agente letterario, mi sono serviti per modificare le parti della storia che non funzionavano, e quando ho ritenuto che la storia fosse pronta l’ho spedita al Premio Italo Calvino, naturalmente senza alcuna speranza che venisse preso in considerazione, men che meno che arrivasse nella rosa dei nove finalisti.

Cosa ti ha dato il PIC e cosa ha significato per te parteciparvi?
Come dico sempre, arrivare in finale al Calvino è stato come trovare l’ultimo biglietto dorato per entrare nella fabbrica di cioccolata di Willy Wonka. Per me, che mi sono sempre dedicata, anche per lavoro, a una attività tanto “solitaria” come quella della scrittura, trovarsi a contatto con tanta altra gente che condivide la passione per le “strade di carta” è stata un’esperienza corroborante, che mi ha rigenerato e regalato un confronto prezioso con altri punti di vista, altre idee, altri modi di vedere, leggere e scrivere il mondo. Dopo il Calvino, ho ricevuto diverse proposte di pubblicazione da parte di alcune case editrici, ma quando ho conosciuto la meravigliosa Elisabetta Migliavada, direttrice della narrativa Garzanti, non ho avuto più dubbi sulla direzione da prendere.

Adesso che il tuo romanzo è stato pubblicato, che effetto ti fa vederlo lì, concreto, tra le tue mani? Lo senti ancora tuo ora che chiunque può leggerlo?
Vedere il romanzo vestito “a festa”, impaginato, “copertinato” e pronto ad andarsene in giro sulle proprie gambe è stata un’emozione fortissima, di cui ancora oggi, nonostante siano passati parecchi mesi, non mi rendo bene conto, come se fosse un sogno dal quale mi posso dolorosamente svegliare per scoprire che niente di tutto questo è successo davvero. Adesso che L’Imperfetta è stato pubblicato, lo sento mio più che mai, perché si è nutrito dei commenti, delle recensioni, delle risposte dei lettori, diventando un organismo “vivente” che cambia, si arricchisce, muta pelle, respira, insegna (e mi insegna) ogni giorno cose diverse, a seconda di chi lo legge e di quello che ha provato davanti alla storia di Catena. Non temo nulla per l’Imperfetta, prima di tutto perché ho lasciato Catena a guardia delle pagine, e poi perché so di aver dato al romanzo gambe solide sulle quali reggersi e con le quali affrontare i giudizi dei lettori. Nonostante l’apparente “durezza” del romanzo, sono fiera di aver dato corpo e voce al personaggio di Catena e alla sua voglia di vivere, che spero contagi tantissimi lettori.

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Ritratti dal Calvino
in collaborazione con Premio Italo Calvino
interviste di Ella May, ritratti di Davide Lorenzon

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8 commenti
  1. Ho avuto questo libro tra le mani poco prima che uscisse, un capolavoro secondo me, per una esordiente.

    • Ella May ha detto:

      Verissimo! Francamente, a non sapere che si tratta di un’esordiente, si potrebbe pensare a una mano navigata. Unododici tu l’hai letto nella stesura definitiva?

      • Si Ella May.;)

  2. Grazie davvero per l’intervista, e per aver ospitato me e Catena nel vostro blog. Sono onorata e felice.

    • Ella May ha detto:

      Piacere tutto mio. Conto che ci farai sapere come se la cava, la tua Catena, nella selva oscura del mondo letterario…

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