Cinema 2016: del meglio e del peggio

tarantino

Del meglio e del peggio
di Giovanni Grandi

L’unico Capolavoro visto al cinema nel 2016 è un film del 1980, I CANCELLI DEL
CIELO, proposto in una versione restaurata da uscirsene dalla sala facendo le ruote, diretto da Michael Cimino (che Morte s’è portata via quest’anno in uno dei suoi giri di valzer), e non ce n’è per nessuno: laddove altri film esibiscono un mazzetto di immagini potenti capaci di imprimersi nella memoria, qua ve n’è un tripudio!
Nessuna inquadratura cede il passo per decomprimere l’afflato d’un vibratile pittoricismo, e il rischio di un mero catalogo di vacuo smanettamento estetizzante è scongiurato dalla tensione narrativa indefessa (l’incedere di amplissimo respiro che talvolta si strozza in scene di impatto più melodrammatico, viscerale), nel continuo sbilanciarsi formale tra stasi acuminate e cupi rimbombi, danze sui pattini e baci in controluce, una visione grande e problematica che svetta e poi sprofonda sconsolata nel ritrarre l’opulenza del creato e la brutalità di uomini e bestie che vi s’aggirano come in un incubo, e il sole continua a morire all’orizzonte.
Cimino tentò di coniugare la forma dell’epica classica con la sostanza d’un pensiero personale impeciato di pessimismo storico che scontentava tutti, servendosi dei soldi di Hollywood, e ne uscì un film turbolento, egli fu ambizioso e fece la fine dei Giganti che tentarono di scalare l’Olimpo e furono inabissati nell’oblio dalla congrega dei Superni. Ma Gigante fu. Quanto ci manca la gente che santoddio: almeno ci prova.

Per quel che riguarda le opere coeve, le scosse più virulente le hanno date:
– THE HATEFUL EIGHT (segnalato dalla panza) di Quentin Tarantino. Film che
come un crotalo s’avviluppa lento mentre il sonaglio s’erge e t’ipnotizza col suo snaccherare incessante (chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere), poi scatta e morde spietato e s’acquieta guardandoti stendere le zampe e spirare malissimo espettorando sangue e bestemmie.
– FRANTZ (segnalato dal cuore) di François Ozon, perché poi ti vien voglia di leggere tutto Verlaine, di prendere il treno ed andare a visitare il Louvre, di accompagnare al piano un violinista ispirato, di passeggiare tra tombe vecchie, di chiedere alla protagonista Paula Beer di andare a ballare assieme e lei ti risponde: va bene (e lascia stare che Verlaine di poesie ne ha scritte un fottìo e che da qua a Parigi in treno son minimo sette ore e che saresti in grado di accompagnare al piano giusto gli starnazzamenti del nipote n°3 per il quale “violino” è solo il congiuntivo del verbo “violare” tutte le regole dell’umana convivenza, per non parlare di chiedere a quel cigno di Paula Beer anche solo di passarti il sale).
– IL FIGLIO DI SAUL di Laszlo Nemes. La vista a questo punto demorde, la macchina da presa è un occhio ormai annichilito, segue indefessamente il protagonista senza voler più guardarsi intorno (basta!), si adegua alla sua estenuazione fisica e mentale e morale che si incista in un assillo di sorda angoscia da cui non può liberarsi, se non morendo. Quindi per noi tutti è l’udito a farsi carico dello strazio di un campo di concentramento nazista, le urla, i pianti, lo strascinare di corpi, lingue diverse in preghiera o in combutta. Un utilizzo originale e destabilizzante delle potenzialità dell’arte cinematografica per il film più potente del 2016.

Altri film niente male, tra botta di euforia e quieto apprezzamento:
LA GRANDE SCOMMESSA (Adam McKay), IL CLUB (Pablo Larrain), AL DI LA’ DELLE
MONTAGNE (Jia Zhangke), THE NEON DEMON (Nicolas Winding Refn), THE VVITCH (Robert Eggers), THE ACCOUNTANT (Gavin O’Connor), ANIMALI NOTTURNI (Tom Ford), E’ SOLO LA FINE DEL MONDO (Xavier Dolan).

Ci sono stati poi alcuni film nei quali gli ingredienti per visioni appaganti c’erano: lo spunto di partenza che pungola, la galleria di personaggi spassosamente balzani interpretati da attori amici, l’intreccio scorrazzante tra generi diversi, la squisitezza della messinscena, gli arguti dialoghi a botta & risposta, il ritmo placido ma incalzante. E invece alla fine mi veniva in mente di quando tempo fa mangiai del cioccolato fondente col 99% di cacao (l’avevo preso perché non ricordo quale buon uomo -dalle papille gustative eviscerate- me ne aveva esaltato il talento d’attizzare le sinapsi), e mangiandola ho pensato che la ghiaia concede di più. È strano, sempre di cioccolato si tratta, ma quello va oltre il nero e l’amaro: sconfina nell’Indistinto. Ecco allora la sfilata di film attesi che si sono rivelati, ad esser buoni, “interlocutori”:
CAROL (Todd Haynes), AVE, CESARE! (Joel & Ethan Coen), CODICE 999 (John Hillcoat), FAI BEI SOGNI (Marco Bellocchio). Anche REVENANT di Alejandro Gozales Inarritu è certo visivamente spettacoloso ma assai meno profondo ed intelligente di quanto venga spacciato dal suo regista.

Per quanto riguarda i corrispettivi filmici di rutti deflagranti e dal retrogusto di morchia, bisogna dire che quest’anno non si è corso il rischio che la gente in platea vedesse stagliarsi contro la luce dello schermo la silhouette nera di un tizio, io, che attaccava a ruscellare urina in sommo spregio del film proiettato. Non perché non ci siano stati film tanto orribili da meritarselo (come LA TEORIA DEL TUTTO, l’anno scorso), ma a volte lo sconforto ti rende inerte. Penso agli oltremodo pubblicizzati cinefumetti: BATMAN V. SUPERMAN (Zack Snyder), CAPTAIN AMERICA: CIVIL WAR (Anthony & Joe Russo), SUICIDE SQUAD (David Ayer). Il primo lo vidi la sera del giorno della Santa Pasqua. Ad un certo punto gli sbadigli s’erano fatti talmente sperticati! Stavo lì e la testa del tizio seduto davanti a me ha ruotato cigolando di centottanta gradi e aveva le fattezze del joker e mi ha suggerito di usare un taglierino per segare i due lati della bocca dando così maggior agio alle contrazioni muscolari di strabuzzare quel mio salivoso cratere e quindi di esprimere senza dolorose costrizioni fisiche la noia spastica che i film ispiravano, ma poi c’era il problema delle palle che s’erano talmente ingrossate che al pari di due colli erbosi s’interponevano alla vista dello schermo e allora (non mi andava di lussarmi i muscoli del collo e non potevo uscire dal cinema facendo dispetto ai compari di visione che stavano dormendo) mi feci introspettivo, ascoltavo i suoni de panza che si levavano dall’infervoratissimo cantiere dove il pranzo pasquale da sludro veniva digerito, e non so come e quando l’appalto era stato dato ad una ditta esterna perché gli enzimi parlavano bergamasco.

Ma guardiamo in avanti, nel 2017 pene in resta per: SILENCE (Martin Scorsese), LA LA LAND (Damien Chazelle), HAPPY END (Michael Haneke), OKJA (Bong Joon-ho), ALIEN:COVENANT (Ridley Scott), BLADE RUNNER 2049 (Denis Villeneuve), AGASSI (Park Chan-wook), THE LOST CITY OF Z (James Gray), il nuovo di Paul Thomas Anderson se fa tempo ad uscire.
Ma la somma di tutte queste attese illividisce allo spirare di un vento elettrico, arriva dai mesi futuri e già solleva le tende di velluto rosso che celano il nostro fantasticare più tenebroso: emergono voci gracchianti dal rumore bianco pulsante, c’è di nuovo fame di garmonbozia…!

Testo di Giovanni Grandi
illustrazione di David Redon, aka Ads Libitum
http://adslibitum.tumblr.com

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3 commenti
  1. Enri1968 ha detto:

    A me è piaciuto molto l’ultimo di Ken Loach, Io Daniel Blake,

  2. Mi hai fatto sorridere. Molti dei film che hai citato li avrei voluti vedere, ma li aspetterò in dvd. Il Tarantino invece sono riuscita a godermelo al cinema e l’ho trovato spassosissimo, folle, forte, so limite, splatter. Tarantino insomma

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