Ritratti dal Calvino: Simona Rondolini

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Simona Rondolini è nata nel 1970 a Perugia, dove vive tuttora. Si è laureata in Filosofia, in qua e là ha scritto racconti e fino al 2010 ha lavorato nell’attività commerciale di famiglia. Quando ha ripreso a scrivere, ha terminato un romanzo dormiente e l’ha inviato alla XXVI° edizione del Premio Italo Calvino, ritrovandosi finalista con tanto di menzione speciale della Giuria. Il romanzo è stato pubblicato da Elliot nel 2014 con il titolo Dovunque, eternamente e l’anno successivo è stato segnalato alla XVII° edizione del Premio Città di Cuneo per il Primo Romanzo.
Nell’agosto del 2016 ha pubblicato La stanza di Amelia, di nuovo con Elliot.
Quando non scrive legge, ascolta musica, corre o cammina, accarezza gatti raramente consenzienti, va al cinema e sforna muffin. Gli unici profili che ha sono il destro e il sinistro. Non ha uno smartphone e si ostina a preferire i romanzi alle serie tv.

Partiamo subito dalle tue protagoniste: Olga e Laura da una parte, Amelia e Rosalia dall’altra. Due romanzi, due storie di rapporti contrastanti tra madre e figlia.
In Dovunque, eternamente la bellissima Olga, razionale e controllata, agli occhi della figlia Laura rappresenta tutto ciò che lei non riesce a essere. In realtà, Olga deve lottare costantemente contro le proprie imperfezioni e la propria emotività: quando le riconosce in sua figlia, non sa fare altro che rimproverarla e allontanarla da sé. Anche nel nuovo romanzo, è come se Rosalia e la madre Amelia per definire se stesse dovessero essere ognuna il contrario dell’altra. Così non vedono ciò che invece le accomuna: la passionalità, l’impulsività, l’impazienza del desiderio. In effetti, queste madri e queste figlie sono molto più simili di quanto credano, ma se ne rendono conto solo quando è troppo tardi.

Non si può negare, nei tuoi due romanzi le donne hanno sempre un ruolo di primo piano, mentre agli uomini, sebbene fondamentali per l’intreccio narrativo, riservi spesso ruoli secondari.
Anche se protagoniste sono le donne, dal loro punto di vista gli uomini (Luigi, il padre di Laura nel primo romanzo ed Ettore, l’amore di Amelia nel secondo) sono enormi. Solo che la loro è un’enormità dell’assenza e della nostalgia: è il loro non-esserci a proiettare ombre lunghissime, quasi schiaccianti, sulle vite delle protagoniste. Ne La stanza di Amelia, ad esempio, è proprio l’uomo più fragile (Tommaso) a imprimere una svolta alla storia, ritrovando il quaderno in cui Amelia ha scritto i suoi segreti, scoprendo così ciò che lei ha taciuto per tutta la vita.

In entrambi i romanzi hai affidato all’arte un compito espressivo di grande rilievo: la musica è quasi co-protanista in Dovunque, eternamente, mentre la scrittura diventa una seconda voce ne La stanza di Amelia.
Se non mi fosse capitato di ascoltare la Nona di Mahler dal vivo e di innamorarmene, la musica probabilmente non avrebbe avuto un tale peso nel mio primo romanzo. Volerne scrivere senza averla mai studiata è stata quasi una forma di autolesionismo, ma nello stesso tempo credo che senza quell’ascolto ossessivo di Mahler (poi di Schubert e Bach) non sarei riuscita a finire il romanzo: una cosa nutriva l’altra, non so bene come. Per quanto riguarda Amelia, inizialmente la vedevo come una figura di sfondo. Poi ho sentito la sua voce in prima persona ed è stato inevitabile immaginare che si trattasse di parole scritte su un quaderno, di notte, nel chiuso di una stanza. All’invadenza di Mahler ho ceduto subito, contro quella di Amelia ho combattuto a lungo.

Come hai gestito la costruzione dei personaggi?
Non ho una regola precisa. Di rado i personaggi si presentano sotto forma di voce netta e imperiosa, come Amelia. Più spesso capita che la voce sia parte di un dialogo, come nell’incipit del mio primo romanzo; allora comincio a costruire il personaggio da lì. Oppure può trattarsi di un ragionamento del personaggio, di un suo pensiero ricorrente, o di un tic verbale che suggerisce qualcosa di importante su di lui: per esempio, il “finiscila, stupida” di Amelia rivela l’asprezza del suo carattere. Rosalia invece è nata da una frase lapidaria: “Rosalia è una cattiva madre”. Spesso costruisco un personaggio a partire da una sua abitudine magari bizzarra, come ho fatto con Laura, che cammina seguendo le persone in strada, o conTommaso che colleziona oggetti buttati via dagli altri. I miei personaggi dicono di me tutto e niente, forse, ma non vorrei saperlo con precisione. MI sembra che la scrittura migliore accada quando vita e scrittura si intrecciano in modo misterioso, senza che chi scrive ne abbia troppa consapevolezza.

Tema fondamentale: la famiglia, i suoi valori e la crisi dolorosa che emerge dalle tue storie.
Scrivo spesso di famiglie perché comunque è lì dentro che cominciamo a costruirci come persone. Sia la famiglia di Laura nel primo romanzo, sia quella di Rosalia nel secondo, sono in apparenza perfette, ma nascondono segreti e malfunzionamenti profondi; anche qui, come spesso accade, più vengono negati e più si ingigantiscono. Verso la fine de La stanza di Amelia, invece ho voluto raccontare una famiglia slegata dai ruoli tradizionali, un nucleo d’affetti insolito eppure accogliente, rispettoso dell’identità di ciascuno.

L’amore e i suoi vari volti, uno per ogni donna, ma forse anche uno per ogni uomo dei tuoi romanzi.
Nel primo romanzo, l’unico amore di Laura è quello senza speranza che prova per il padre. Il mondo in cui vive Luigi è troppo in alto perché Laura possa abitarlo insieme a lui, nonostante condividano la passione per la montagna e per la musica, nel breve tempo a disposizione prima che il loro rapporto si interrompa tragicamente. Ne La stanza di Amelia, l’amore di Amelia per Ettore è invece molto carnale: il desiderio irrompe nella sua vita come una febbre del sangue; lei in un primo momento si lascia travolgere; in seguito però, a causa di un evento tragico, sceglie di ritrarsi e sarà proprio questa negazione del desiderio a condizionare la sua vita successiva. Anche Rosalia è spinta – lei fin da giovanissima – a cercare gli uomini, come se la madre le avesse trasmesso la sua stessa malattia. Al contrario di Amelia, Rosalia accoglie il desiderio e lo usa consapevolmente per dare e ricevere piacere. Tuttavia è costretta a metterlo alla prova con uomini sempre nuovi, nell’illusione di ritrovare l’incanto della prima volta o, forse, di tenere a bada l’angoscia.

Che rapporto hai con i tuoi due romanzi?
Scrivere Dovunque, eternamente è stato difficile; la musica era un problema ma anche una fonte di ispirazione, una guida, un sollievo dalle troppe parole. L’ho terminato per me stessa, senza avere niente da perdere. Invece poi, quando ho ripreso a lavorare su La stanza di Amelia dopo la pubblicazione del primo romanzo, ho sentito subito il peso delle mie aspettative e una sorta di frenesia nel voler superare il vuoto lasciato dall’altro libro; questo l’ha reso molto faticoso da scrivere. Amo moltissimo Dovunque, eternamente, non solo per le parole e le persone che racchiude al suo interno, ma anche perché ha l’irripetibile magia della prima volta. Però amo ancora di più La stanza di Amelia, come farebbe un genitore con un figlio un po’ goffo che sconta il confronto con un ingombrante fratello maggiore.

Raccontaci qualcosa della tua avventura con il Premio Italo Calvino.
Avendo scritto per molto tempo di nascosto o quasi, quando ho terminato il primo romanzo ho avvertito subito l’esigenza di sottoporre le mie pagine a uno sguardo esterno, neutrale. In quel momento essere giudicata mi sembrava più urgente che essere pubblicata. Le schede di valutazione che il Premio Calvino invia a tutti i partecipanti, e il fatto che i manoscritti vengano esaminati da molti Lettori, mi hanno convinto a partecipare. Arrivare in finale è stata una sorpresa bellissima ma piuttosto terrorizzante, come se avessi messo in moto qualcosa di troppo grande senza rendermene conto. Alla fine, sapere che avevo vinto “solo” una menzione speciale della Giuria e non il Premio, è stato un vero sollievo!

Come sei arrivata alla pubblicazione del primo romanzo?
Dopo la premiazione, niente poteva più stupirmi. Così ho reagito con relativa tranquillità alla proposta di pubblicazione. Più traumatico è stato il primissimo impatto con l’editor, il quale mi ha messo di fronte alla necessità di riscrivere l’ultima parte del romanzo. Sul momento mi pareva impossibile, oltre che ingiusto. Mi sbagliavo completamente. Non ho mai vissuto un’esperienza tanto stimolante come quella riscrittura e quell’editing. Ho imparato che mettere in discussione ciò che si crede immutabile può mostrare vie più difficili, ma forse più autentiche. E che per ottenere maggiore chiarezza non serve aggiungere parole, piuttosto bisogna toglierne qualcuna.

Con il secondo romanzo com’è andata?
Dopo la pubblicazione del primo romanzo pensavo ingenuamente di potermi servire dell’esperienza precedente. Invece con La stanza di Amelia mi sono trovata a dover ricominciare da zero, con un senso di inadeguatezza perfino maggiore e una gran solitudine. Temo che ogni tentativo di scrittura sia unico e diverso; ogni volta si deve imparare di nuovo tutto daccapo. E quindi continuerò a provarci.

Ritratti dal Calvino
in collaborazione con Premio Italo Calvino
interviste di Ella May, ritratti di Davide Lorenzon

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