Il fastidio di Ella

Dal vocabolario Treccani:
Fastìdio s. m. [dal lat. fastidium, der. di fastus -us (che aveva anche i sign. di «orgoglio, disdegno»), prob. incrociato con taedium «tedio»]. – a. Senso di molestia per cosa che dispiace o che mal si sopporta. – b. Noia, uggia, disgusto, sazietà. – c. Dispiacere, preoccupazione molesta, sofferenza, o anche ciò che è causa di dispiacere e preoccupazione o che provoca sofferenza. – d. Lieve disturbo o malessere fisico.

Le parole che hanno più di un significato mi creano sempre qualche problema.
Considerando che, nella lingua italiana, la maggior parte dei vocaboli ha molteplici significati, la scelta più logica per me è restare in silenzio, come faccio di solito.
C’è una quantità infinita di roba che può dare fastidio: star seduto di fronte a uno che mastica con la bocca aperta, ad esempio. Ritrovarsi in coda al semaforo dietro a uno che inganna l’attesa esplorando con cura le sue cavità nasali. Dover battere in velocità la vecchietta centometrista, che ti sorpassa da destra con il carrello strapieno per piazzarsi in pole position alla cassa, in barba al tuo micro-cestino abitato da un misero cartone di latte e da un triste ciuffo di lattuga.
Che poi vorrei tanto capire quale fretta possa mai avere un esserino di 40 Kg e di circa 105 anni; non credo che possa far tardi a timbrare il cartellino in fabbrica.
Dico io: hai corso per tutta la vita, finalmente sei arrivata alla pensione, almeno ora prenditela con calma, no?
Anche se, stando alle nuove leggi sull’età pensionabile, il dubbio è lecito; perciò ripongo il coltello nel fodero, soffio fuori una bella boccata d’aria e lascio passare.
Ad ogni modo, se dovessi stilare la lista delle persone più fastidiose, al primo posto piazzerei senz’altro chi non è mai contento di come sono e sa sempre come dovrei essere.
Non ho nulla contro i buoni consigli o contro il cambiamento; so benissimo che bisogna adattarsi per sopravvivere. Sono una fervente darwinista.
Ammiro chi si fa il sangue amaro per guidare agli altri nella difficile arte del cambiamento, soprattutto chi lo fa con me, che spesso rischio di assomigliare a un traballante dinosauro già in odor di catrame.
Però c’è un però che separa la gratitudine più sincera dal fastidio più urticante, un però che sta tutto nella parola magica “perchè”, seguita da un punto interrogativo grosso come una casa.
Spiego meglio, sennò rischio di confondere le avversative con le interrogative e non mi pare il caso.
Vanno benissimo i suggerimenti, vanno benissimo i consigli, vanno benissimo perfino i rimproveri e le accuse.
Ma li digerisco male quando mi arrivano da chi mi sgrana rosari di “dovresti essere” senza neanche chiedersi PERCHÈ io sia come sono e faccia ciò che faccio.
Dovrei essere più calma, più agguerrita, più arrabbiata, più equilibrata, più gentile, meno dispotica, meno scostante, più simpatica, più generosa, meno cattiva, meno diretta, più diplomatica…
A casa dovrei essere in un modo, a lavoro in un altro, con gli amici in un altro modo ancora, e via così, una galleria di volti tutti simili e tutti diversi, in base al momento, alle circostanze, alle occasioni.
Barbie attrice, Barbie cavallerizza, Barbie casalinga, Barbie al mare, Barbie sportiva, Barbie elegante, Barbie artista.
Uno, nessuno e centomila.
Peccato che io sono io, sono un’unica persona (di solito), la mia faccia non è di argilla plasmabile e non basta una levigata e una pitturata per cambiarmi i connotati.
Ho i miei buoni motivi per essere quello che sono, come ogni altra persona al mondo.
Tutti possiamo cambiare. A un certo punto tutti dobbiamo cambiare, per sopravvivere. E va benissimo che me lo facciano notare quando io non me ne accorgo; però, prima di dirmi cosa dovrei diventare, dovrebbero quantomeno chiedersi perché sono ciò che sono.
A volte puntare il dito senza sapere è solo mancanza di rispetto, ma altre volte è qualcosa di più grave: è mancanza d’immaginazione.
Perché dire a qualcuno cosa dovrebbe fare e quale tipo di persona dovrebbe essere senza sapere come sia diventato la persona che è, significa non aver neanche voglia d’immaginare che possono esistere mille strade diverse per arrivare dove siamo e mille ragioni diverse per fare una cosa che sì, magari è pure sbagliata, ma forse evita qualcosa di peggio.
Non si può dire a qualcuno da che parte dovrebbe andare, senza sapere bene da dove viene. O per lo meno non si può dirlo senza avere immaginazione, che poi è l’unico mezzo per sperimentare i panni altrui, soprattutto quando quei panni lì non ce li siamo mai ritrovati addosso.
Tutti dobbiamo cambiare per sopravvivere. E nessuno può mai sapere in anticipo dove porterà la strada nuova. Bisogna tirar fuori le palle e rischiare.
Ma rischiare non significa buttarsi allo sbaraglio, e cambiare non significa gettare alle ortiche quel che c’è.
Perciò, prima di dare indicazioni casuali a chi ci naviga accanto, bisognerebbe almeno chiedergli quanto gasolio ha nel serbatoio, quanti viveri gli sono rimasti in cambusa e quali tempeste ha superato fin lì. E poi avere abbastanza fantasia da immaginare – con un minimo di criterio – fin dove potrebbe arrivare senza naufragare.

Testo e foto di Ella May

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8 commenti
    • Ella ha detto:

      Che bello sapere che il pensiero è condiviso… Grazie! 🙂

  1. cinziarobbiano ha detto:

    bisognerebbe prestare attenzione ma siamo distratti da cose inutili, banali. Spesso fastidiose

    • Ella ha detto:

      Verissimo. Il più delle volte è solo mancanza di tempo, e di energia. Succede, e m’infastidisco da sola quando sono io a commettere questa leggerezza.

  2. Non avevo mai pensato alla mancanza di immaginazione. Io solitamente mi fermo al fastidio e mi irrigidisco subito. Pensare che le persone che ci vorrebbero diverse non si fanno la banale domanda “Perché?” e “Sarà il caso di dare il mio (non) richiesto dovrei?” mancano di immaginazione, è in qualche modo una consolazione.

    • Ella ha detto:

      Questa dell’immaginazione viene da un gioco (banalissimo) che facevo con un mio amico, a Roma. Quando andavamo a pranzo fuori (in un bar o in un fast food, tra un impegno e l’altro) giocavamo a immaginare la vita di chi ci sedeva vicino. Ad esempio lui diceva: “Quello lì, vestito in giacca e cravatta, è un dirigente che viene a pranzo qui per non dover vedere i colleghi in pausa pranzo. Non li sopporta più.” E io potevo rispondere qualcosa del tipo: “Oppure è un disoccupato che ha appena affrontato un colloquio di lavoro, per questo è in giacca e cravatta. Non è di Roma, è arrivato stamani presto, guarda che viso stanco… E mangia qui perché come noi non può permettersi il ristorante…”
      Andavamo avanti per tutto il pranzo. 🙂
      Si sparava a caso, ovviamente, ma era un bell’esercizio che mi ha sempre fatto riflettere su quante siano le possibili strade che conducono al medesimo bar, al medesimo orario, a mangiare il medesimo panino avvizzito, nel medesimo giorno caotico della medesima Roma. 🙂

      • Anche io ho fatto lo stesso gioco domenica scorsa a Genova, mentre sedevo al tavolino esterno del bar 🙂
        Sarà anche per questo che mi piacciono i non-luoghi come aeroporti e stazioni…c’è una fiumana di gente con cui esercitarsi a immaginare vite alternative!

  3. Ella ha detto:

    Giulia anche io adoro i non-luoghi. A volte sono la parte più bella del viaggio; la loro esistenza, in qualche modo, fa da chiaroscuro agli altri luoghi, popolati da persone vere e da storie vere.

    E poi nei non-luoghi si può restare in silenzio per tutto il tempo che si vuole, senza risultare necessariamente asociali. 🙂

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