Il fastidio di Martina

Un selfie da Trappist

Fra le conversazioni che mi diletto a origliare le mie preferite sono senz’altro le ricette. Ricette snocciolate con minuzia, sbandierate al telefono, scarabocchiate sul retro di un biglietto sillabando fa-ri-na, lat-te, zuc-che-ro, tem-po di cot-tu-ra… Le preferisco ai pettegolezzi sulla vicina, all’elogio di un detersivo per la lana, a chi bacia lo smartphone, a chi litiga sulla metro, a chi sfotte qualcun altro sui risultati del calcio, a chi parla solo col proprio cane, a chi respira con le orecchie attraverso gli auricolari battendo ritmicamente – perdutamente – la nuca contro il vetro. A differenza di questa marmaglia, le ricette non inquietano, non intristiscono, non allarmano, non interrogano, e insomma non deludono mai: che si tratti di due scapoli vestiti da pinguini o di due vecchine alle soglie del secolo, che si discuta di come risorgere la pizza avanzata o di come convertire la pasta in frittata, le ricette sono sempre occasioni semplici, complici, sostanziose. Forniscono un giusto apporto di aggettivi rassicuranti (bello, buono, profumato, tiepido, ah, sapessiii… SPETTACOLARE!), un discreto immaginario di colori (color crema, biscotto, limone, color mandarino… Sarebbe, scusa? Non si dice “arancione”?), un’interessante narrativa domestica (quante volte lo vidi fare a mia nonna, a mia suocera, a mia cugina, al nipote della mia vicina… O era forse suo genero?), e, soprattutto, un insospettabile vocabolario di flora, fauna, neologismi, dialettismi e lessici familiari, da fare invidia a un campionario di spezie indiane! Prendi quell’aspic alla frutta che mi aprì il mondo della colla di pesce (Il pesce fa davvero la colla? Come gli alberi della gomma, vuoi dire?), o quel filetto di rana pescatrice (deo gratias, non una vera rana), o ancora, a più di vent’anni, scoprire che a casa di una signora distinta – salita a Garbatella, scesa a Marconi – si marina il maiale nella coca-cola da ben tre generazioni. Nella coca-cola ha detto. Chissà, mi domando, se qualcuno ha mai provato con l’Estaté o col Fruttolo alla fragola.

Nel minischermo reclinato che ci guarda dall’alto passano i ballerini della Tim, i fuochi di MasterChef, la famiglia del Mulino che fa colazione, il trailer di un film d’azione con Johnny Depp: Prossimamente al cinema. A Pasqua. A Natale. Un tempo mia zia (che è anche la mia vicina) non concepiva come la gente potesse passare le feste al cinema. Lo trovava squallido, stupido, IM-MO-RA-LE. Poi però “la gente è cambiata, le feste sono cambiate, il cibo è cambiato, le ricette sono cambiate, i rapporti sono cambiati…”, e anche mia zia è cambiata, e la sua parlantina indefessa, e perfino il suo cane Ricciolo, che per quanto sia ancora un barboncino, ancora bianco e risponda ancora a quell’originalissimo nomen omen, è in realtà già morto due volte e altrettante risorto in un sosia. Ebbene sì, è stato sostituito, come una qualsiasi lattina di coca-cola… “Ma il vero problema,” spiega la signora di Garbatella alla sua cara amica, sedendo con le ginocchia strette e la borsetta sull’orlo del tubino, “il vero problema adesso è che anche la coca-cola è cambiata! Credimi, Anto, non è più la stessa che usava mia suocera!”

Con sguardo supplice, delusa, torno a cercare Johnny Depp, o i ballerini della Tim, o almeno i bambinelli del Mulino, perché mai sottovalutare lo scompiglio di un amarcord… E in breve il treno ferma infatti a Marconi, e mentre le signore si alzano, escono, seguitano a parlare, per il mio maiale in coca-cola, già lo so, ormai è la fine. Resterà per sempre lì, pronto da infornare, naufragato fra tutte quelle, tutte quelle bollicine… Una pietanza cruda, inservibile. Una ricetta senza conclusione e senza commensali.

I passeggeri che rimangono sono tutti silenziosi, hanno tablet sulle gambe e borse fra i piedi, si credono stanchi, abulici, afflitti; tornano a casa controvoglia; alcuni leggono un Cohelo, un Gramellini, un Franzen, e gli si legge in faccia che avrebbero preferito tardare in ufficio. Chissà se anche loro hanno origliato la signora. Chissà se ogni tanto ci pensano. In fondo stanno leggendo, tossendo, grugnendo: si atteggiano a intellettuali. Sono intellettuali: ci credono. Ma chissà se hanno sentito. Chissà se si domandano. Chissà se si sono mai accorti del fatto che la “coca-cola” di oggi non è più la “coca-cola” di ieri, che disseta un altro tipo di “senzatetto” e un altro genere di “presidenti americani”. Mentre invece i nomi non mutano, come vecchi indumenti mai smessi. Ci cambiano dentro, ci cambiano addosso: come il corpo, come il carattere, come il nostro modo di aprire gli occhi la mattina e scivolare in un altro “giorno” senza accorgerci. Le parole crescono, si trasformano, muoiono e rinascono di nascosto, e noi non ci avvediamo che non sono più loro, che il significato non è più lo stesso… Finché un bel “giorno”, un altro, mettiamo il “maiale” a marinare nella “coca-cola”, e proviamo un senso di impaccio – quasi di impudicizia – nell’ammettere che c’è un errore di contenuto, che com’è vero che nostro figlio è cresciuto e il giubbotto che era nuovo va già stretto, questa coca-cola è cambiata, è diversa, e la marinatura è tutta sclerata!

Le parole, rifletto, mentre il maiale non-infornato sclera, e l’impiegato stanco di scorrere parole si assopisce sul suo Corriere della Sera, le parole sono come fiumi: mantengono per sempre il loro nome, ma non restano mai uguali. Il “lavoro” di oggi non è più il “lavoro” di ieri. Fonda un altro tipo di “società”, un altro senso di “res publica”. “Nobilita” l’uomo? Nobilita noi? (Guardo il cuoco di MasterChef, l’impiegato che russa, un altro che ride.) Forse. Ma diversamente da come nobilitava i nostri nonni. Prima il lavoro era il pane che portava (pane, solo pane, pane e companatico) – era terra di campo, acqua di roggia, vanghe, filari, fornaci, fabbriche… Non necessariamente, anzi, per niente affatto un quadro idilliaco, ma era il do ut des dell’uomo al mondo, quel suo modo di esserne parte, figlio legittimo, docile fibra diceva Giuseppe: non ancora ingranaggio, ma linguaggio. Si lavorava per bisogno, il lavoro era bisogno, bisogno di un pasto, di un tetto, di un letto; bisogno di una famiglia. Eppure nessuno confondeva il “tempo”: c’era un tempo per “lavorare” e un tempo per “tornare”. C’era un tempo per parlarsi negli occhi, per scambiarsi ricette, per leggere le righe di un giornale e sì, certo, far gran ciarlare di catastrofi, ma senza essere insinceri forse, senza fingere, ipocriti, stentati spaventi.

La metropolitana mugghiante trasporta queste persone mute – informate o deformate?, stremate o codarde? –, gli occhi piccoli, bovini come hamburger, spenti dagli schermi accesi; soldati già sconfitti? (Perché senza battaglia.) Il lavoro è orpello, il giornale passatempo, (il tempo passa, sospirano con fatalismo), gli straordinari uno status symbol, il dovere un task, una job description, una targhetta al taschino, la parola “fisso” davanti a “stipendio”, un atto di eroismo?, di egoismo? Forse. Ma della peggior specie: egoismo stupido, che non giova all’egoista, ma imprigiona e nuoce… Il piacere? La stessa cosa. Al più un’uscita di scena, un interruttore della vita – on: ventiquattrore in pugno, off: un collo di bottiglia. Coccio che taglia. Sanguinano – le mani rotte dal gelo di chi non si arrende, un nuovo “senzatetto”, un uomo che sa benissimo quanto la “coca-cola” sia cambiata di sapore, ma trovatone un ultimo sorso in una lattina appena gettata, la beve – anzi, la trangugia. Chi si accontenta gode – balle! Se penso al vagone che ho appena lasciato, agli impiegati piegati come banconote, ai bambinelli cinguettanti del Mulino, allo stormo di barboni che razzolano per accattare sorsi di coca e briciole di cibo, se rifletto sulle parole come mi piace fare, a me pare che “accontentarsi” sia pur sempre retto dal verbo “fingere”. E a me fingere dà enormemente fastidio.

Fingersi attenti, contenti. Fingersi amorevoli stacanovisti, o anche fingersi eterni sconfitti. Fingere, per pigrizia, che questo sia l’unico modo: che “non c’è alternativa”. Fingere di non saper cambiare; fingersi indifferenti. Fingere di leggere le notizie, fingere di interessarsi. Fingere che la vita sia come la tv, il cinema, i romanzi: fingere che non sia sui generis, fingere che non disorienti, fingersi inconsapevoli, o, al contrario, infallibili. Fingere che il passato sia meglio del presente; fingere che esistano differenze fra noi e un selfie scattato da Trappist; uno scatto che ci ritrarrebbe quaranta anni prima: mia zia che copre giuliva tre mezze facce e fa fare a Ricciolo “ciao” con la mano (pardon, la zampina), e da qualche parte, nel backstage dello scatto, ecco il cosciotto alla coca-cola – che già si marina.

Testo di Martina Prosperi
Immagine: acquerello di Martina Prosperi

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7 commenti
  1. Non ne sento da tanto di ricette in treno e me ne hai fatto venire la nostalgia

  2. cinziarobbiano ha detto:

    non sento mai ricette, di solito ne do…il maiale marinato nella cocacola mi pare una c….a pazzesca. Secondo me finge per non rivelare un segreto, il segreto che ogni cuoca ha.

    • Martina ha detto:

      In effetti le ricette che si sentono più spesso sono quelle di vita, più che di cucina… Ma io prediligo le seconde. Sono più originali, più intriganti e, soprattutto, meno pretenziose.
      Quanto al maiale marinato nella coca-cola, pare che sia scientificamente possibile. Mi hanno confermato che esiste e che non è né velenoso, né esplosivo!

  3. Mrs Fog ha detto:

    Tutto bello: l’acquerello, il racconto, il fastidio per la finzione…
    E la Coca Cola non ha davvero più il gusto di una volta, confermo 🙂

    • Martina ha detto:

      Grazie! Mi fa piacere che anche l’acquerello sia stato apprezzato… Quanto alla coca-cola, naturalmente è prima di tutto un pretesto per parlare di noi 😉

  4. Roberta barbieri ha detto:

    Mi è piaciuto molto questo articolo ricco di passaggi di vita sembra quasi di conoscere la signora di Roma che marina il maiale nella coca cola e vedere in movimento le persone paragonate a banconote che si piegano su se stesse mi hanno fatto ricordare il film cartone della Walt Disney di Alice nel paese delle Meraviglie quando le carte si animano e si muovono come soldatini grazie Martina

  5. Ella ha detto:

    Martina, complimenti! Non solo per il pezzo, ma anche per il disegno!
    Non me l’aspettavo. 🙂

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