Il fastidio di Giuseppe

Morning Routine

La sveglia dell’IPhone impostata su irradiazione. Scendere dal letto. Prima dei calzini, l’inserimento del distanziatore in gel tra il quinto e il quarto dito del piede destro, prevenzione/riduzione della forma di ipercheratosi comunemente definita occhio di pernice. Raggiungere il living uso cucina. Tre arance bionde di Sicilia tagliate ciascuna in due metà, spremute, avidamente bevute. Svuotare il fondo del caffè, riempire nuovamente la moka, stare attenti che l’acqua non superi la linea immaginaria della valvola, che il caffè sia copioso, ma non compresso, che assuma la forma a collinetta propria della tradizione partenopea. Contate nel numero le mandorle, sempre dispari, pari porta iella, spesso cinque, più raramente sette. Contati nel numero i biscotti, prediletti nell’acquisto e nel consumo quelli senza latte né uova, altrimenti il numero di uova assunte per die e per settimana rischia di diventare terrificante. Raggiungere il bagno che dispone di un vano doccia, ma non di una vasca. Dieci minuti sulla tazza del cesso, nel frattempo è stato recuperato il cellulare ed è possibile consultare, in quest’ordine, le ultime notizie sportive, le ultime notizie generali, il meteo, la mail personale e di ufficio. Doccia calda con ultimo minuto di acqua fredda, ne beneficia la circolazione, corrobora. Farsi la barba con rasoio elettrico di marca tedesca. Filo interdentale. Spazzolino elettrico della medesima marca tedesca. È solo una coincidenza. Indossare mutande nuove, rigorosamente no slip. Pantaloni lunghi, quelli della settimana. Camicia e maglione raccolti dall’armadio a muro, non dalla sedia dove prendono aria i vestiti del giorno precedente. Raggiungere la porta e ricordarsi del sacchetto dell’umido. Chiudere il sacchetto stando attenti che non ne fuoriesca il contenuto. Sostituirlo con un nuovo sacchetto biodegradabile, quelli del supermercato restano i più affidabili. Uscire e chiudere la porta dietro di sé, appoggiare la chiavetta di plastica per attivare l’antifurto. Scendere veloci le scale, attraversare il cortile interno, raggiungere la pattumiera. I liquami organici sono rimasti nella busta, il sacchetto ha mantenuto la sua integrità, questi del supermercato sono sacchetti affidabili, non hanno grilli per la testa. Uscire dal portone esterno. Guardare a destra e a sinistra per evitare di essere investiti da ciclisti che utilizzino il marciapiede. Nel guardare a sinistra buttare l’occhio un po’ più lontano, l’autobus potrebbe essere vicino e quindi porsi il dubbio se correre alla fermata o fregarsene. Nessun autobus in vista. Si ha il tempo di infilarsi le cuffie, appoggiare il polpastrello sullo schermo del Galaxy, raggiungere tranquilli la fermata. Aspettare.

La suoneria dell’IPhone sveglia con lungomare. Scendere dal letto, prima un piede, poi un altro. Ricordarsi del distanziatore in gel, l’occhio di pernice in questi giorni è particolarmente fastidioso. Spostarsi nel cucinino. Tre arance bionde di Sicilia tagliate ciascuna in due metà, la spremuta mattutina è fondamentale se si vuole scampare ai mali di stagione. Svuotare e riempire nuovamente la moka, stare attenti che l’acqua non superi la linea immaginaria della valvola, che il caffè sia copioso, ma non pressato, che assuma la forma di una montagnetta. Schiacciare una prima noce evitando una forza eccessiva che ne sbriciolerebbe il contenuto. Separare il gheriglio dal guscio. Schiacciare una seconda noce. E una terza. La frutta secca è particolarmente ricca di calorie e indicata per la colazione, evitarne l’assunzione dopo cena. Spalmare la marmellata di sambuco sulle due fette biscottate integrali. Concludere la colazione, sparecchiare, andare in bagno. Dieci minuti sulla tazza del cesso, guardare sullo schermo del Galaxy le ultime notizie sportive, le ultime notizie generali, il meteo, la mail personale e di ufficio. Doccia calda che si conclude con un paio di minuti di acqua fredda. Radersi, pulirsi con cura i denti. Cambiarsi le mutande, non i pantaloni, indossare una nuova camicia. Guardarsi allo specchio e darsi una ravvivata ai capelli. Uscire sul balconcino interno, afferrare il sacco di tela che contiene un sacchetto che a sua volta contiene le bottiglie e i vasetti di vetro. Prendere il sacco del vetro. Uscire e chiudere la porta, appoggiare la chiavetta di plastica al lettore dell’antifurto. Il led rosso si accende. Scendere di corsa le scale, raggiungere la zona riservata ai rifiuti condominiali, svuotare la busta nell’apposito contenitore, non lasciare il sacco di plastica insieme al vetro, le distrazioni non sono permesse. Attraversare il cortile interno e uscire in strada. La visione periferica coglie il 72 barrato in arrivo. Scattare immediatamente in direzione della fermata. Il numero delle persone in attesa consente di avere il tempo, anche se con un po’ di affanno, di salire sul mezzo pubblico.

Ho messo la sveglia su ricreazione. Scendo dal letto. Prima il piede sinistro. Poi il destro. Allargo le dita e infilo con cura il distanziatore in gel, il callo mi prude, quando infilerò le scarpe mi farà male. Mi farà male tutto il giorno, fino a sera. Mi farà male oggi. Mi farà male domani. Sono in cucina. Prendo le arance dal frigo. Sono pallide, un po’ secche, l’inverno è agli sgoccioli, decido comunque per la spremuta. Al primo sorso risulta decisamente amara, la correggo con un cucchiaio abbondante di zucchero. Svuoto la moka. La riempio. È fondamentale non pressare il caffè, ma anche evitare di essere scarsi nella misura. Accendo il fuoco sotto la caffettiera e nel frattempo preparo due fette biscottate spalmandole di confettura di lamponi. Ho finito le mandorle. Ho finito le noci. Trovo nel frigo un vasetto di yogurt al cocco, ma la data di scadenza sulla confezione è passata da un pezzo. Apro la porta finestra del balcone, l’aria del mattino è ancora piuttosto fredda. Butto via il vasetto, tutto intero con dentro lo yogurt, nel sacchetto della plastica. Non separo. Me ne frego. Nel frattempo la moka sputa caffè su tutto il piano cottura, non ho chiuso bene oppure la guarnizione va cambiata. Verso il poco di caffè rimasto nella tazzina. È bruciato, me lo faccio piacere. Guardo l’orologio sulla mensola e mi accorgo di essere in ritardo. Corro in bagno, non ho tempo se non di farmi una doccia veloce. Apro l’acqua, la caldaia decide di metterci un secolo a partire. Faccio una doccia fredda che si conclude con due minuti di acqua bollente. Non credo sia il massimo per la circolazione e per il buonumore. Un paio di mutande, i pantaloni, camicia, pullover. Mi guardo allo specchio, disordine e non poca stanchezza. Non ho avuto il tempo di farmi la barba. Devo comunque buttare il sacchetto dell’umido e, già che ci sono, prendo anche quello della plastica. Apro la porta, esco, la richiudo, corro giù dalle scale. Arrivato al secondo piano mi ricordo che non ho inserito l’antifurto. Risalgo come una furia, sono di nuovo davanti alla mia porta, estraggo il mazzo di chiavi dalla tasca, appoggio la chiavetta di plastica, il led si accende, sono già di nuovo giù per le scale. All’altezza del secondo piano il sacchetto dell’umido, che oggi non è di quelli che ti danno al supermercato, decide di rinunciare alla propria funzione esistenziale, di mollare tutto, tenere e contenere è uno sforzo immane e destinato comunque a sicuro fallimento, prima o poi. Il sacchetto si lacera e il suo contenuto percola sul lato destro dei miei pantaloni. In un attimo sono impregnato di liquidi e grassi vegetali e animali e presto puzzerò di organismi in putrefazione. Decido di evitare almeno le rimostranze condominiali e mi affretto ulteriormente alla pattumiera comune evitando di sgocciolare dappertutto. A questo punto non mi resta che chiamare in ufficio, oggi farò tardi, ho dei pantaloni da cambiare e buttare subito in lavatrice per non essere costretto a buttarli del tutto. I pantaloni sono nel cestello in alluminio, l’acqua viene pompata ritmicamente nel cestello, io guardo l’acqua al di là dell’oblò, girare, girare, ancora girare. In fondo non dovrei essere scontento dell’odierno incidente. Si tratta pur sempre di una variazione, nel suo piccolo serve a salvare dall’eterno ritorno dell’uguale.

Testo e foto di Giuseppe Imbrogno

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9 commenti
    • Anonimo ha detto:

      grazie a te e a tutti gli altri, temevo fosse un po’ “fuori tema”

  1. Mi piace ! … poi riconoscendo gli uguali, spuntano le differenze 🙂

  2. Sono i piccoli incidenti, in fondo, a salvarci dalla fastidiosa, ma rassicurante, noiosa, routine. Un bel pezzo

  3. tiZ ha detto:

    Fa tanto “la zona del crepuscolo” di dylan dog… è la nostra zona…

  4. cinziarobbiano ha detto:

    piccoli contrattempi del vivere…

  5. Ella ha detto:

    Bellissimo il “cambio di prospettiva”, una specie di gioco delle parti che cambia tutto, anche quando resta tutto uguale.
    Bravo, Giuseppe.

    Un abbraccio!

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