Cristo è passato a Taipei

Cristo è passato a Taipei
di Martina Renata Prosperi

L’anno scorso di questi tempi mi trovavo a Taipei, e probabilmente pedalavo lungo il Damsui, nelle zone di Muzha, quando incrociai Gesù Cristo che veniva in senso opposto, indossando, da buon taiwanese, un berretto col copricollo. L’inverno piovoso, come noi umani e come i cani randagi del fiume, bighellonava in bicicletta, rideva sguaiato, chiamava amici dal nome cinese, chiedeva loro di rallentare, perché l’importante era solo il sole, soltanto il sole, un sole già estivo che doveva asciugare tutta la pioggia caduta sul cuore, e brillare sul filo dell’acqua per nascondere i liquami. E non so dove fosse stato inumato, chi avesse prestato il proprio sepolcro, ma di certo il tumulo aperto, in quell’afa, non doveva olezzare di rose.
Lo riconobbi all’ultimo, comunque, giusto in tempo per salutarlo – anzi, per ricambiare un suo cenno –, non ebbi modo di domandargli dove stesse andando, né di avvisarlo che a Taiwan vige ancora la pena di morte, che sì, certo, non era più a Roma, non l’avrebbero più crocifisso, ma una cella grigia di alba e il fiele dell’ultimo riso, e venire stordito e freddato alle spalle, senza poter mormorare Dio perdonali, senza neppure poter gridare elì, elì, lemà sabactàni!, forse sarebbe stato fin peggio dell’aceto nel costato. Ma io non lo riconobbi, oppure finsi di non vederlo, e a ogni modo non lo fermai. Non fui capace di salvarlo…

“Il fringuello, visto che era un uccello, volava svelto, e arrivò dove il camaleonte stava parlando agli uomini, e diceva: – Mi è stato detto… – Si erano radunati tutti ad ascoltare. Quando il fringuello arrivò, disse: – Che cosa ci è stato detto? In verità, ci è stato detto che gli uomini, una volta morti, periranno come le radici dell’aloe. – Allora il camaleonte esclamò: – Ma ci era stato detto, ci era stato detto, ci era stato detto che gli uomini, una volta morti, risusciteranno. – Allora la gazza intervenne e disse: – Il primo discorso è quello assennato. – E allora tutta la gente se ne andò e tornò a casa. Ecco come successe. E così gli uomini diventano vecchi e muoiono; non risuscitano.”

Così dice una fiaba africana raccolta da Calvino. Un finale spiazzante, direste? Un malinteso, semplicemente un malinteso, dato forse dalla fretta di sapere, dai pregiudizi verso l’interlocutore, dall’invitante logica del buon senso comune… Il camaleonte potrebbe avere ragione. Potrebbe. Ma no, grazie, io sto con la gazza. Questione di diffidenza, questione di comunicazione, perché in fondo non si parla solo a parole, ma col volume della voce, col berretto alla taiwanese, con un corpo da fringuello o da camaleonte, si comunica anche fingendo di non avere nulla da dirsi – se non quel saluto stentato, fugace… Come posso salvarti, povero cristo? Non riusciamo a parlarci. A capirci. Non so neanche il tuo nome.

L’anno scorso, ricordate?, di questi tempi nasceva un bambino a Idomeni. La madonna vestita di nero che, aperta la zip della tenda, porgeva il neonato al sole e all’acqua versata da una bottiglia, si era affacciata per qualche giorno sui nostri monitor, indaffarata, trafelata, trafitta e felice: non ci aveva neppure degnati di uno sguardo. Eravamo stati noi a sbirciare lei, noi a origliare il vagito del suo scricciolo. Chissà come l’avranno chiamato. Come starà. Dove sarà adesso. Magari un giorno lo incroceremo di nuovo. Ma, certo, non sapremo riconoscerlo. È quasi nessuno per noi, quasi nessuno come quei bambini siriani, quelli di cui oggi sappiamo e domani non più, che si lasciano sciacquare con una canna di gomma, prima che la loro bocca inizi a schiumare, prima che qualcun altro svenga, che un’altra madre pianga… Sono gli altri, loro, tutti gli altri: sono quasi nessuno per noi. Siamo quasi noi stessi.
Possiamo forse fermarci, ora che stiamo incrociandoli? Abbiamo forse il tempo, il coraggio, le parole per chiedere ehi, dove andate anche voi? A farvi ricrocifiggere? Abbiamo forse il diritto, il dovere, il desiderio, la capacità di salvarli? – Di salvarci. Di salvare. Di salvarci… Ma ci era stato detto, ci era stato detto, ci era stato detto che gli uomini… I camaleonti sono troppo lenti. È più semplice morire e fregarsene, morire e non risorgere. Sì, certo…, chiaro…, hai ragione…, è assolutamente più ragionevole…, di gran lunga più ragionevole essere atei.

Roba da mati! S’è fat’ cremar’! (Roba da matti! Si è fatto cremare!), trasalì un giorno il pompiere del mio borgo, parlando di un tizio che era morto. Ah, me?, col corno che m’ancreman’!… E si poi al siòr tornass’ a dirta: “alzati e cammina”? At voi veder’ a rialzarta da la ceneria! (Ah, io? Col corno che mi cremano! E se poi il Signore tornasse a dirti: “alzati e cammina”? Voglio vederti a rialzarti dalle ceneri!). E tuttavia, con buona pace del nostro pompiere, io non credo in questa resurrezione della carne. Se festeggio la Pasqua, è perché credo nel nostro bisogno di immaginare, di raccontare, di dipingere, di ritrarci e indicarci l’un l’altro, in un affresco, in un vangelo, in una foto… Dove vai?, chiediamo. Ma siamo noi, in realtà, a non sapere dove andiamo. Noi a non sapere se guariremo, se passeremo un concorso, se saremo assunti, se il tifone spazzerà via la nostra casa, se nostro figlio sarà scarcerato, se sarà condannato, se la vittima uscirà o no dal coma. Siamo noi che non sappiamo, noi che non possiamo sapere. E dunque abbiamo bisogno di appartenere a una narrazione. Abbiamo bisogno di entrare in una trama, di seguirne il desiderio, il senso, il finale. Di interporre questo – tra noi e il tempo. Tra il nostro individualismo e il suo limite ineludibile. Un cristo incrociato. Un saluto fugace. Una resurrezione.

Una resurrezione, sì. In fondo, non è poi così incredibile. In fondo risorgono gli alberi, i loro stecchi intirizziti si ricoprono di fogliame. Risorgono gli adolescenti quando diventano adulti, gli adulti quando diventano genitori, gli anziani quando diventano nonni. Risorgono i malati quando guariscono, e risorgono anche quando muoiono, tornando in un nome, in un timbro, in un gesto… Risorge la luna. E poi risorge il sole. Risorgono le cose dimenticate e ritrovate. Risorgono perfino i bambini. Non “risorgeremo tutti!”, ma risorgeremmo tutti, se non avessimo la pretesa di poter davvero immaginare la nostra vera narrazione. E già risorgiamo, quando non pretendiamo di restare fermi, saldi, sicuri, monolitici, per sempre ancorati alla nostra unica e univoca persona. Se vogliamo risorgere, dobbiamo essere pronti a trasformarci, a cambiare. Pronti a diventare liquidi come il mare, impalpabili come la cenere… Con buona pace del pompiere, è questa la resurrezione in cui io posso e desidero credere. Una resurrezione tangibile, innegabile: inspiegabile. Una primavera. Un Holi. Un Vesak. Un Qingmingjie. Un Pesach. Un Losar. Una Pasqua…

L’anno scorso a Taiwan ho scoperto che nessuna religione è pagana, ma tutte sono umane – e dunque fallaci, certo, ma anche infinitamente misteriose. Perché non sono forse misteriose le nostre parole? Le preghiere non sono nostre poesie? E nostre le sofferenze, speranze, paure che esprimono? Non parlano – i simboli, i testi, i simulacri – non parlano in fondo per bocca degli uomini? Non è già nel vangelo ogni nostra grettezza? – Ma anche la bellezza di cui siamo capaci.

Nel monastero di Foguangshan una monaca dalla testa rasata mi insegna a colpire un enorme campana di bronzo con un enorme batacchio di legno. Quando la percuoto, un suono vibrante, dorato, invisto come polline, mobile-immobile come oceano, raggiunge ogni nicchia e ogni bodhisattva, ogni fedele, statua o turista, insomma ogni antro: un mio solo e pur minimo gesto ha di colpo – e per tutti – mutato il silenzio.
Il rito è la porta di una religione, è l’ingresso nella sua trama, la nostra comparsa nella sua narrazione. Per quest’attimo sono buddista. È esattamente come essere cristiana.

La Pasqua è anche questo per me: è migrazione, fuga, passaggio. È tutto quello che rischiamo per cambiare: il pane che lasciamo azzimo. È il Nilo che si apre come un libro – e se non è il Nilo, è il nostro Mediterraneo, oppure un muro, una cella, un recinto (di filo spinato o di solitudine) –, per lasciare passare un popolo – o anche un solo uomo –, e scalpicciare sul fondale nudo, e correre nel giusto verso della trama…
Da sempre fuggiamo. Dalle guerre, dalle malattie, dalla solitudine, dalla disperazione. Per sempre, raggiunta la meta, avremo fra noi un camaleonte, ma anche un fringuello e una gazza. Ma sempre, salvata la vita, saremo capaci di scambiarci sorrisi – e quei sorrisi sono piccole resurrezioni.

Pasqua è uscire dall’uovo della solitudine. Provare a condividere, a rischiare di nuovo, a suonare una campana con una monaca rasata, a fidarci degli altri, a chiedere aiuto. A cercare soprattutto chi ci ha abbandonato, affinché non si senta a sua volta abbandonato, ma utile e degno e legittimato a esserci.

A Pasqua siamo noi a legittimare Dio, a trovare Cristo fuori dal sepolcro, a inventarlo se necessario, a reinventare la nostra vita, a imitare la primavera, resuscitando il nostro desiderio di esistere.

“Quel che l’umanità deve a personalità come Buddha, Mosè e Gesù è, a mio avviso, infinitamente più elevato di tutti i risultati del pensiero analitico e speculativo.” scriveva Albert Einstein nel 1937. “Noi dobbiamo custodire e cercare di mantenere vivo con tutta la nostra forza ciò che questi santi uomini ci hanno dato per evitare che l’umanità perda la sua dignità, la certezza della sua esistenza e la sua gioia di vivere.”

Lo scorso mese il Papa ha celebrato una messa al parco di Monza, e io sono andata ad ascoltare quanto aveva da dirci (e anche quanto avevano da dirsi tra loro i partecipanti). Al che i miei amici si sono stupiti, trovandomi troppo poco ortodossa per assistere a un evento simile. Nessuno ha capito perché ci andassi, men che meno io. Ora credo che la ragione fosse proprio questa. Il desiderio, il bisogno di continuare a inserirmi in una trama, in una narrativa, in un racconto che trascenda la mia individualità, che confido abbia un senso, che sia in grado di accogliermi – di accoglierci –, e soprattutto di rammentarci, come scriveva il caro Albert, la nostra dignità, la certezza della nostra esistenza e la nostra gioia di vivere.

Martina Renata Prosperi per CRT

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11 commenti
  1. Ella May ha detto:

    Sensibilità particolarissima, la tua.
    Mi capita spesso, quando ti leggo: prima rimango così, affascinata dalle immagini che crei con le parole, poi, un po’ alla volta, mi arriva il significato.
    E se ti rileggo tutto cambia, le immagini si trasformano e il significato assume nuove sfumature.
    La tua è una scrittura cangiante, e liquida.

    Grazie, Martina.

    Perfetta l’immagine, complimenti a chi l’ha realizzata e scelta per questo pezzo.

    • Concordo con la tua riflessione: “leggere Martina è un viaggio”… colgo l’occasione per ringraziarla della collaborazione.
      Mi tengo il resto per l’immagine 🙂
      Serena Pasqua a tutti.

      • Martina ha detto:

        Grazie a voi per questo spazio straordinario… 🙂

        E grazie infinite per l’immagine: aspettavo trepidante di scoprirla e l’ho trovata azzeccatissima!

    • Martina ha detto:

      Grazie, cara Ella. Grazie per quando mi leggi, ma soprattutto per quando mi rileggi: per quello spreco di tempo nel quale e del quale arricchisci le parole.

      Talvolta le parole, come le feste, le persone, hanno bisogno di sprechi.

      A breve arriverà l’angelo… anche lui in bicicletta, suppongo. Buon picnic a tutti!

  2. Claudio ha detto:

    Scritto con passione e sensibilità le parole si inseguono e scorrono ..e alla fine ti invitano a rileggerlo grazie

  3. Roberta barbieri ha detto:

    Cara Martina grazie per le tue parole sulla resurrezione più belle di quelle ascoltate oggi alla s.messa pasquale il passaggio dove parli delle trame a cui ognuno di noi vuole appartenere è così attuale e difficile da realizzare sopratutto in questi giorni sicuramente ognuno di noi incontra cristo spesso ma siamo troppo presi e non lo riconosciamo o non lo vogliamo riconoscere la paura di cambiare ci rende persone senza trama Buona continuazione

  4. Viviana ha detto:

    Grazie a tuo papà Martina che mi ha dato la possibilità di leggere quanto hai scritto. Traspare una passione e una sensibilità straordinaria
    Ammetto che in alcuni punti le tue parole sono talmente reali che fanno pensare e che rimuovono da un cassettino che c’è fa comodo tenere chiuso.
    Grazie di cuore

  5. Viviana ha detto:

    Grazie mille per avermi dato la possibilità di leggere questa storia che è una realtà

    • Martina ha detto:

      Grazie a te, Viviana, per avermi letto e per aver osato aprire mentre leggevi – anche se solo per qualche attimo – quel cassettino che tieni chiuso… Credo che faccia bene, ogni tanto, darci una sbirciatina. Forse quel che temiamo di trovarci è sparito, e possiamo finalmente riporci qualcosa di nuovo.

      Non qualcosa da rinchiudere: qualcosa da custodire.

      Un caro augurio per te e il tuo cassettino, martina

      • Viviana ha detto:

        Grazie

  6. Viviana ha detto:

    Grazie Martina bellissima

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