Ritratti dal Calvino: Alessandro Calabrese

Alessandro Calabrese è un venticinquenne emiliano; aspetto un po’ rude, temperamento passionale, atteggiamento sorridente, voce calda e profonda. Neolaureato in Letteratura, allenatore di una squadra giovanile di rugby, bracciante al bisogno nell’azienda agricola familiare. Viene da chiedersi se ci sia qualcosa che non sappia fare.
Irrimediabilmente contaminato dalle più peccaminose sonorità Rock e Metal, ha scritto un testo intriso di musica e riflessioni, il cui stile diretto e apparentemente lineare rivela il grande pregio di saper scegliere sempre il ritmo più intonato alla narrazione.
Con il suo primo romanzo, intitolato “T-Trinz”, è arrivato dritto in finale alla 29° edizione del Premio Italo Calvino, dimostrando a sé stesso che quando ci si mette sa fare bene pure lo scrittore.

Il tuo romanzo parla di ragazzi molto giovani, tra 16 e i 20 anni al massimo.
Perché hai scelto di raccontare questa particolare e travagliata fascia d’età?

La ragione è semplice: – io non voglio crescere, andate a farvi fottere -. Anche se in realtà non è mai proprio così. Perché poi si cresce. E a quel punto ci si chiede se quel “Charlie che fa surf” dei Baustelle, che ora dovrebbe avere circa 24 anni, abbia continuato a farsi di MD (ecstasy, ndr) fino a oggi. Senz’altro sarebbe un eroe. Ma poi? Per sua fortuna la domanda è superflua perché lui è nato e morto in quella canzone, esattamente come i personaggi di “T-Trinz” nascono e muoiono tra le righe del mio racconto. La vita di un adolescente sembra più autentica della vita di un adulto, sotto ogni punto di vista. I miei personaggi non hanno mai bisogno di compromessi e, compiuta un’azione, non si voltano indietro: nessun rimpianto. Agiscono e basta. Non devono giustificare le proprie scelte o il proprio stile di vita. Fuori dagli schemi prestabiliti della società adulta non si è ciò che si mangia, non si è ciò che si fa per vivere. Si è e basta. L’adolescente, o almeno i miei adolescenti, non portano maschere, non sono determinati dalla loro storia passata o dai loro progetti futuri. Vivono nel presente e la loro personalità è autentica perché non ha sovrastrutture. Un’etica c’è, però riguarda solo il gruppo, non il mondo esterno. Quindi ci si droga, ci si mena, si spaccano le auto. Ma è il prezzo da pagare per conservare un’integrità, un’autenticità a cui, col tempo, si è costretti a rinunciare. E non a caso “T-Trinz” si ferma lì e non si avrà mai l’occasione di vedere il Biondo, il protagonista, in giacca e cravatta, così come non riusciremmo a immaginare un Charlie senza MDMA (ecstasy, ndr).

I tuoi personaggi si muovono in un ambiente periferico, abbastanza degradato, all’interno di famiglie un po’ storte e zoppe. Panorami tutt’altro che paradisiaci.
Si dice che esistano soltanto libri scritti bene o scritti male. Per fortuna per me non è così. L’unica distinzione che approvo è tra un libro sincero, schietto e un libro falso, agghindato. Probabilmente ho scritto una schifezza, ma ho cercato di renderla una schifezza sincera. Non c’è un’estrazione sociale che accomuna i personaggi di “T-Trinz”. Le storie familiari e le educazioni ricevute sono diverse ma, per quanto inventate, non sono finte. Non ho scelto queste ambientazioni e queste vite a scopi narrativi. Si sono scelte da sole, necessariamente. I miei personaggi esistono veramente, da qualche parte. O quantomeno per me sono esistiti, forse con facce diverse e storie diverse, ma reali e vivi. E così potrebbero essere per i lettori. Non c’era altra ambientazione possibile e non ci sono esagerazioni. I miei personaggi si incontrano per caso e allo stesso modo è casuale la famiglia in cui sono nati e l’educazione che hanno ricevuto. La scelta di spaccare auto, drogarsi e frequentare posti abbandonati non c’entra niente. Il T-Trinz è un edificio abbandonato che non ha più nessuna funzione per la società, esattamente come i ragazzi che lo abitano. Non si tratta di una fuga da una vita disagiata e piena di difficoltà e nemmeno di un rifugio che garantisca una vita più facile e spensierata. Nessuno si lamenta. Mimmo ad esempio, vittima di violenza domestica, prende a calci suo padre e se ne fotte. L’appartenenza al gruppo è una scelta. Consapevoli della loro diversità, i personaggi si rifugiano in un’autarchia fatta di fiamme, finestrini spaccati ed edifici in rovina. La differenza tra loro e il resto del mondo è che loro sono sinceri, schietti nel loro modo di essere, così come schietta e sincera è la loro storia.

Per scrivere “T-Trinz” ti sei ispirato a qualche modello particolare?
No, non direi. Non ci sono riferimenti importanti. L’unico vero spunto sono stati i tanti testi di canzoni Metal che ho in parte citato nei titoli dei capitoli (ogni capitolo viene introdotto da un verso di una canzone Metal, ndr). Poi sì, ho visto il grande schifo generazionale di “Radiofreccia”, ho letto “Jack Fruciante è uscito dal gruppo” e ho avuto la sfortuna di leggere Moccia. Anche se qualche paragone facile potrebbe essere suggerito da alcune somiglianze, tutto questo non c’entra niente. Se devo essere sincero, ci sono altri esempi più meritevoli a cui mi piacerebbe essere associato, ma anche in questo caso non posso parlare di veri e propri punti di riferimento. Penso a serie TV come “Shameless”, o altre di genere un po’ differente ma illuminanti per la caratterizzazione dei personaggi, come “Romanzo Criminale”. In questo senso potrei citare anche “Vallanzasca, il film”. Mentre sul genere di “Shameless” mi vengono in mente film come “Ex Drummer”, “Trainspotting” o “La Haine”. Poi c’è il background Rock/Metal dei film di Rob Zombie, o del più noto “This must be the place”. Oppure ancora mi viene da pensare ai manga come “Nana”, ai film di Marilyn Manson, passando per “Non è un paese per vecchi” e la serie “The Osbournes”. Non escludo nemmeno una possibile parentesi legata all’universo skater con le serie sulla vita di Bam Margera o gli episodi e i film di “Jackass”. Forse l’unico vero e proprio collegamento letterario lo percepisco con Gianni Celati, che ricollego immediatamente alle fotografie di Luigi Ghirri. Al massimo potrei forse sconfinare in Tondelli. Ma in realtà tutto ciò ha poco a che fare con il romanzo e sono tutti paragoni che ho fatto a posteriori. L’unica cosa che posso affermare con certezza: tanto tanto Metal.

“Sesso, droga e Rock’n’Roll”: frasi fatte a parte, i tuoi ragazzi fanno uso di sostanze e sono divisi in base alle rispettive identità musicali.
Sesso: secondo una mia personale media, si inizia tra i 12 e i 15 anni e non si finisce più. Le uniche variabili sono la qualità e la quantità.
Droga: la droga! Ma sì, dai, qualcosa come tutti tra i 13 e i 20 anni. La droga non esiste, esistono solo i drogati, ma quelli esistono anche senza droga. Non sono un drogato, non lo sono mai stato e nemmeno i miei amici.
Rock‘n’Roll: sì, ho sempre avuto un problema con la musica. Non sono mai riuscito ad ascoltare generi diversi da quelli citati nel romanzo: Rock, Metal, Punk (qualcosa) e quasi nient’altro, escluse poche eccezioni.
Per quanto riguarda tutto il resto: la storia è inventata, ma allo stesso tempo è vera. Diciamo che non è successo niente di quello che ho raccontato nel romanzo, ma cose molto simili con le quali potrebbe venir fuori un romanzo parallelo a “T-Trinz”. A dire il vero c’è uno spunto concreto preso dalla realtà che posso rivelare. Si tratta proprio del “T-Trinz”: nella realtà è l’ex stazione delle corriere di Modena, ora in disuso.

Il Biondo (protagonista del tuo libro) e il narratore: a un certo punto le due voci sembrano sovrapporsi fino a coincidere, ma chi è l’uno e chi è l’altro?
Io non sono il Biondo. Anche se lo fossi stato, ora non lo sarei più. E non sono nemmeno il narratore. D’altra parte nemmeno il narratore è veramente il Biondo. Diciamo che forse sono stato qualcosa di simile al Biondo fintanto che il mondo in cui vivevo era circondato dalle mura del mio T-Trinz. Il fatto è che, a prescindere da quale sia stata la mia storia o quella del narratore, la fine della storia del Biondo coincide inevitabilmente con la fine del libro. Sono convinto che di gente come il Biondo e la sua compagnia ne esista ancora. Sono gruppetti rari e hanno sempre una scadenza, ma esistono e, cazzo, hanno tutta la mia stima! Il Biondo esiste tutt’ora e probabilmente adesso sta rubando dei cellulari al Grandemilia, o incendiando qualche bidone dell’indifferenziata. Ma non sono io, non più almeno. Però ho un consiglio per lui e i suoi amici: per staccare gli “stemmini” Mercedes ci vuole un colpo secco.

Ti sei mai chiesto chi (o cosa) potrebbe essere un “Biondo” quando diventa adulto?
Secondo me non c’è futuro. La fine è già scritta e i ragazzi del T-Trinz lo sanno e lo si legge chiaro e tondo: “hai mai avuto la consapevolezza della fine? L’amaro in bocca di quando ti rendi conto che le cose in cui hai creduto stanno per essere cancellate per sempre? Loro sì, i Thanatos sì, ma tu e io no. E mai capiremo, mai saremo come sono loro in questo momento”. Chiedersi cosa ne sarà del Biondo è una domanda che può riguardare il narratore, ma la verità è che alla fine il Biondo muore e rimane un involucro vuoto. Oppure il Biondo vive e allora non saprei raccontare la sua storia perché non sarebbe una storia sincera.

Come hai affrontato il lavoro della scrittura e perché alla fine hai deciso di farti “giudicare” dal Premio Italo Calvino?
Con un minimo di metodo ho buttato giù una scaletta dell’intreccio e in sei giorni avevo un manoscritto grezzo tra le mani. Illeggibile forse, ma la sostanza era quella. Il grosso del lavoro è stato fatto successivamente. Ho riscritto il finale due o tre volte e ho smussato un po’ il linguaggio che in alcuni punti risultava troppo dialettale o gergale. Devo dire che non ho avuto grosse difficoltà. Potendo contare sull’esperienza di alcuni amici, nel giro di un mese tutto era sistemato e pronto per essere spedito. Si tratta del mio primo romanzo compiuto, perché più spesso ho l’abitudine di lasciare a metà i miei lavori. Non si tratta di mancanza voglia, ma di una serrata autocritica. Questo racconto invece è venuto da sé, avevo materiale autobiografico e ho cercato di utilizzare un linguaggio che si prestasse ai dialoghi e all’immediatezza. Non ho nemmeno provato a pubblicarlo per conto mio. La mia carriera universitaria punta in un’altra direzione, così ho pensato di inviarlo al PIC per avere un riscontro e la risposta alla domanda: “potrei mai funzionare nelle vesti di scrittore?” La risposta è stata un gigantesco: “MAH, POTREBBE ESSERE”.

La tua esperienza con il Premio Italo Calvino e il percorso verso la pubblicazione.
La selezione e la scheda di lettura sono state davvero utili per fare il punto della situazione. Ho ottenuto un risultato discreto. Allo stesso tempo ho avuto modo di riflettere sulle mie mancanze, anche in confronto alle opere degli altri concorrenti. Quando mi sono reso conto dell’impegno e della costanza con cui i primi classificati hanno lavorato ai loro libri, non ho potuto che pensare: “Merda, ma cosa ci sto a fare io qui, che ho lavorato un solo mese?”. La risposta che mi sono dato è che una storia può essere buona anche se scritta in breve tempo, però manca senz’altro il valore aggiunto della perseveranza, che non si può non notare in lavori come quelli di Martina Prosperi e Cesare Sinatti. Dopo la premiazione finale, il PIC si è davvero impegnato molto per pubblicarmi e sono stato messo in contatto con alcuni editori (ringrazio tutto lo staff per questo), ma ancora non ho avuto riscontri. Ho trovato una strada alternativa e interessante per conto mio, ma ancora provvisoria. Si tratta della neonata casa editrice online Il Dondolo, creata su iniziativa delle biblioteche e del Comune di Modena, che ha pubblicato gratuitamente il mio romanzo e sarà operativa nei prossimi giorni (potete trovare qui l’e-book di “T-Trinz”).

Quale destino vorresti per questo libro?
Questo libro non si porta dietro né pretese letterarie né interessi pecuniari. L’ho scritto e basta. L’unico desiderio che ho è che venga letto, o almeno sfogliato. Sarebbe bello se qualche fumettista lo leggesse e lo illustrasse per farne una graphic novel, o magari se qualche regista in erba ne volesse fare un pessimo cortometraggio. La resa grafica potrebbe funzionare, a mio avviso. Poi potrà piacere o non piacere, poco importa. L’unico giudizio che avevo a cuore nel momento della scrittura era quello dei vecchi amici del mio T-Trinz. Alla fine non tutti l’hanno letto, ma alcuni sì e mi pare che l’abbiano apprezzato. Questa è la sola soddisfazione che cercavo realmente. Per il resto, cavalco la mia piccola onda finché dura e poi, quando ci sarà tempo, passerò al prossimo romanzo.

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