Ritratti dal Calvino: Eugenio Raspi

Eugenio Raspi è nato a Narni, all’alba del fatidico ’68.
È un uomo pacato, sempre disponibile, riservato, molto legato al lavoro e alle abitudini quotidiane della sua cittadina. Vive nella casa di famiglia che ha ristrutturato e possiede un orto e un giardino che non cura, ma che – giura – renderà stupendi quando il percorso della sua esistenza si sarà assestato.
E c’è da credergli, se intende farlo con la medesima costanza che ha speso nella costruzione del suo primo romanzo.
Sembra strano sentir parlare di assestamento a quasi cinquant’anni d’età, ma Eugenio lo fa con ragione: dopo vent’anni di lavoro, è stato licenziato dall’acciaieria a cui ha dedicato tanta parte della sua vita e ora fa molta fatica a trovare una collocazione che sia in grado di valorizzare la sua lunga esperienza lavorativa.
Ma nulla va sprecato, se non ci si lascia vincere; così lui si è messo a scrivere, a raccontare quello che ha visto e quello che ha imparato in fabbrica. Ne è venuto fuori Inox, un romanzo che sa farsi leggere e che, a leggerlo davvero, ci mostra una realtà posta sotto gli occhi di tutti e che forse, proprio per questo, non sappiamo guardare come dovremmo.

Tu hai lavorato per più di vent’anni in un’acciaieria simile a quella del romanzo, in un ambiente sociale e lavorativo molto simile a quello del romanzo; nel tuo testo che rapporto c’è tra autobiografismo e finzione narrativa?
Inox non è un romanzo autobiografico. Ciò nonostante, i personaggi rispecchiano tante figure che ho conosciuto nell’ambiente lavorativo, valutate da un punto di vista sia professionale che umano; in effetti c’è qualcosa di me nel personaggio di Sergio Asciutti, ma solo perché sono stato anch’io caposquadra, non certo perché ho un fratello che è amministratore delegato di una grande azienda. Spero che Inox sia apprezzato per avere una trama fittizia che si basa su fatti che possiamo considerare reali, il tutto senza l’utilizzo di filtri. Dato che ho vissuto direttamente la fabbrica e le lotte per il mantenimento del posto di lavoro, ho cercato di rendere il lettore un osservatore privilegiato, calandolo in un contesto che tanti vedono ma pochi conoscono davvero. L’immaginazione, nel mio testo, risiede nel processo di scomposizione e ricomposizione di tante vite, fornendo loro quella dignità letteraria che trasforma le persone in personaggi. Ho cercato di creare uno stretto legame tra il linguaggio tecnico – descrittivo dei processi e degli impianti – e quello narrativo; reinvento la fabbrica accostandola a un immaginario che vive al di fuori del perimetro dello stabilimento. Faccio un esempio: nell’incipit paragono l’ingresso in fabbrica di un operaio a quello di un fedele in chiesa, stessi dubbi che derivano dal ripetere gesti e atti che man mano perdono di profondità. Ciò accade se in entrambi – operaio e fedele – si va perdendo la “fede” in colui che sta in alto: credere in ciò che si fa – o ti dicono di fare – è alle fondamenta della struttura sociale dell’uomo, sia riferito alla concretezza di un’organizzazione aziendale che alla sacralità di un rito religioso.

Raccontare senza dire: non è facile come sembra. Tu non scrivi mai il nome della città in cui hai ambientato il racconto, ma la descrivi e la lasci intuire, a partire dal nome e cognome dell’acciaieria.
È un vezzo che dapprima ho utilizzato per sentirmi più libero nelle descrizioni; in seguito mi sono accorto che questo tipo di approccio dava un più ampio spessore alla fabbrica e alla città che, grazie ai contorni sfuocati, risaltavano ancor più. Non volevo che Inox si presentasse come il solito libro che parla di una realtà locale escludendone altre. I temi che affronto sono priorità di tanti territori; da Nord a Sud, in Italia gli operai parlano lingue diverse – molto spesso anche differenti dall’italiano – ma nutrono sentimenti che si possono riunificare nel comune desiderio del diritto al lavoro e della dignità nel ricoprire il proprio posto e la propria mansione. Le acciaierie di Terni che descrivo sono le tante fabbriche e le tante città che soffrono la crisi; il chiaro riferimento alla “mia” fabbrica e alla “mia” città viene fuori “a distanza”; non sottolinearlo fin da subito innalza entrambe a simbolo. O almeno spero che ciò accada, proporzionalmente all’efficacia del mio romanzo nel raccontare il particolare mondo del lavoro che ho vissuto. Credo che le descrizioni puntuali e vivide costituiscano un pregio del mio scritto. La forza descrittiva dell’ambiente in cui si muovono i miei personaggi è stata una nota di pregio che mi è arrivata direttamente dai lettori del Premio Italo Calvino, non solo attraverso il riconoscimento acquisito: con alcuni di loro ho avuto il piacere di discuterne dopo la finale, raccogliendo i loro apprezzamenti. Sono stati loro, in effetti, a identificare in questa caratteristica uno dei punti di forza del mio romanzo.

Cos’è la fabbrica? Più nello specifico: cos’è “Acciai Speciali”?
L’ho raccontata in Inox come meglio ho potuto. Sia la generica fabbrica, quale contenitore che trasforma i materiali utilizzando il lavoro delle persone allo scopo di ottenere un prodotto, sia la “Acciai Speciali”, che partendo dagli scarti di rottami ferrosi riproduce lamiere luccicanti che vanno sparpagliandosi per il nostro paese, raggiungendo ogni persona, di qualsiasi estrazione sociale o zona geografica; molti, in modo inconsapevole, lo toccano concretamente con mano, l’acciaio che esce dalle pagine del mio Inox. Mi sono focalizzato nel cuore produttivo dello stabilimento, i forni, con l’acciaio liquido che viene fuso e rilavorato. Io ho vissuto altre realtà, attigue a quelle che narro e non meno strategiche. Sono stati anni di pane e acciaio, in cui ho accumulato esperienza sul campo, confrontandomi con i vari livelli delle maestranze; sono partito dal basso e nel romanzo ho voluto mantenere questo livello di osservazione, l’ho ritenuto il più efficace. Nel mio libro c’è descritto un paese popolato da tremila anime che notte e giorno si apprestano a svolgere le loro funzioni, che devono porre da parte, una volta varcati i cancelli dello stabilimento, il loro essere persone con differenti problematiche o aspirazioni per assoggettarsi a ciò che la fabbrica ti chiede: fare e non pensare. Me lo sono sentito ripetere più volte in tanti anni, fino a che, una volta uscito da quella realtà, ho deciso che “pensare di fare” è alla base della riuscita di qualsivoglia progetto che si vuol portare a compimento. In questo caso specifico, si è trattato del mio romanzo.

La realtà operaia di oggi: il passaggio dalle lotte per i diritti dei lavoratori alle lotte per il mantenimento del posto di lavoro, tra nuove tecnologie e rischio costante di acquisizioni. E i sindacati? Quanto sei stato fedele alla realtà nel tuo romanzo?
La sincerità è alla base di tutto. Sono stato fedele alla mia idea di fabbrica e di ciò che vi ruota attorno, l’ho esposta senza dubbi o incertezze, schierandomi dalla parte di chi affronta le otto ore lavorative con lo sguardo su di un forno, dove si realizza materialmente il prodotto. Leggendo le pagine di Inox il lettore si farà la sua idea, il mio intento è di stimolare la riflessione e, perché no, un eventuale confronto o discussione, perché altri potrebbero avere una visione differente dalla mia, a partire dal ruolo dei sindacati, a mio avviso rimasti per proprie colpe – ma non solo – a margine del processo di mutazione che ha subìto la grande industria italiana, sempre più in mano a organizzazioni globali che non hanno altro da salvaguardare se non i rendiconti o i dividendi dei loro soci finanziatori.
Ognuno, dopotutto, sceglie il proprio punto di vista, anche se poi conta la realtà dei fatti. Uscendo dal contesto, se io e te fossimo davanti allo stesso acquario, ma su due lati opposti, fissi in un punto, ti provocherei dicendo che i fatti sono i pesci che nuotano e che noi osserviamo. Se i pesci fossero immobili, ognuno di noi due vedrebbe solo il lato esposto verso di sé. Se ci chiedessero di descriverli, riporteremmo ciò che osserviamo, nulla può assicurarci che il lato che ciascuno vede sia identico a quello di chi sta dall’altra parte della vasca di vetro, io potrei osservare il lato malsano e tu quello sano. Stesso pesce, diversa visione. È quasi un paradosso, perché i pesci non restano fermi, nuotano e si spostano, offrendoci nel tempo la possibilità del confronto. Quindi, ritornando alla domanda, la percezione della realtà che racconto è avvalorata dal lungo tempo di osservazione. In fabbrica ci ho vissuto ventuno anni, credo di essermi fatto un’idea ben chiara dei vari pesci – personaggi – che la popolano, e come tale l’ho voluta trasmettere al lettore.

Tra tutte le storie che tu – come tutti – ti porti dentro, hai scelto di scrivere proprio questa. Perché?
Volevo dare voce alla fabbrica, una sorta di omaggio alla sacralità del lavoro. Sapevo di certo cosa non volevo scrivere: niente che legasse il mio romanzo a morti dolorose di operai sul posto di lavoro, accostamenti troppo netti con persone che hanno subito vicende giudiziarie, pure eclatanti. Volevo raccontare una realtà che non si ciba della voglia di attualità e di cronaca da pomeriggio in TV, ma del sentimento che accompagna persone normali alle prese con decisioni che possono far perdere il lavoro o costretta ad accettare compromessi che magari non ti annientano, però ti fanno perdere la fiducia nelle regole del vivere civile. Perché l’ho scritto? Il passato di ognuno di noi nasconde rabbia, amore, odio, rimpianto. Inox fa parte del mio passato perché l’ho scritto due anni fa, ma è anche è il mio presente perché è uscito in questi giorni in libreria. E spero sia pure alla base delle mie prospettive future, quindi dentro ci sono tutti i sentimenti appena elencati che mi legano al mio trascorso. Mi è costato anni di scritture, di attese silenziose, per poi ottenere i primi riconoscimenti. Potranno confermarlo i lettori se davvero è valsa la pena attendere tutto questo tempo.

Tu, questo romanzo e il Premio Italo Calvino: raccontaci i momenti salienti del percorso. E detto tra i denti: c’è qualcuno tra i tuoi conoscenti a cui oggi vorresti “sbattere in faccia” il tuo Inox?
È doveroso ringraziare le persone che hanno creduto in me, nella mia storia, nel modo in cui l’ho voluta raccontare. Lo scrittore Giovanni Cocco (con La Caduta, edito da Nutrimenti, è stato finalista al Campiello nel 2013) è stato in assoluto il primo a leggere Inox, a valutarlo e a indirizzarmi nella giusta direzione, sia per quanto riguarda il testo, sia per i consigli sulla strada da scegliere per vederlo accettato e valorizzato. Devo ai suoi suggerimenti la mia partecipazione al Premio Italo Calvino. Ne conoscevo già la fama, e proprio per questo ne ero intimorito. Non ero pronto a sentirmi dire “no”, volevo aspettare. È stato lui a incoraggiarmi, portandomi a credere nella bontà del giudizio che sarebbe uscito dal comitato di lettura. Ha avuto ragione in pieno.
Non posso negare che il giorno della finale ero soddisfatto di essere uno dei nove, ma allo stesso tempo speravo nel massimo; nell’attesa di conoscere il piazzamento, mi sono però concesso di dare una sbirciata alle parole di giudizio sul testo, la famosa scheda di valutazione, mentre il presidente Mario Marchetti ci informava su come si sarebbe svolta la cerimonia. Ne sono rimasto soddisfatto, allora come oggi, mi ha aiutato a rendere il mio lavoro ancora più incisivo. Vedere il proprio nome legato al Calvino è una conquista che nessuno potrà mai togliermi. Ci provassero!
A stretto giro di posta è arrivato il momento di veder crescere il mio “figlioccio”, di fargli muovere i primi passi nel mondo letterario. È accaduto per merito di Corrado Melluso, della Baldini&Castoldi, ha creduto fermamente e da subito nel romanzo, elogiandone contenuti ed esposizione. Nelle pagine finali del libro lo ringrazio, dicendo che le mie parole erano al buio e lui le ha portate alla luce. Ecco, se banalmente paragoniamo la pubblicazione a una nascita, Inox ha me come padre, ma per quanto riguarda i medici in sala parto ne ho da indicare due: Giovanni e Corrado.
Ps: i romanzi non si sbattono in faccia a chicchessia, meno che mai il proprio. Però non nascondo che, dopo aver subito scelte ingiuste, saprei individuare qualcuno che si meriterebbe un sonoro “richiamo” alla correttezza.

L’esperienza della pubblicazione: cosa hai imparato del mondo dei libri?
Che bisogna avere pazienza. La pubblicazione necessita di tempo. In fabbrica, mia unica (seppur pregnante) esperienza lavorativa, i ritmi sono sempre stati sostenuti. Nell’universo letterario gli orologi battono un tempo tutto loro. Dopo dieci giorni dall’uscita di Inox mi sembra che ogni cosa si stia svolgendo al rallentatore. Meglio così, forse, perché la lentezza rende ancora più apprezzabile ogni emozione – una buona recensione, un articolo che mi riguarda o le semplici parole di chi incontro e sta leggendo o ha letto il romanzo – mi donano una gioia molto diversa da quella provata grazie ai piccoli traguardi professionali raggiunti nella mia “prima” vita lavorativa. Colgo l’occasione per ringraziare tutti i professionisti che lavorano per la mia casa editrice, perché ho avuto l’ulteriore fortuna di sperimentare che in Baldini &Castoldi si respira un’aria a misura di autore, a partire dalla vitalità dell’ufficio stampa. Chiara Moscardelli e Anna Manfredini mi stanno aiutando moltissimo a districarmi nel difficile settore delle pubbliche relazioni, aspetto non secondario per veder apprezzato il proprio romanzo, ma allo stesso tempo tanto distante dalle mie corde emotive; sono una persona molto riservata, con una naturale propensione all’isolamento, che si sente a disagio in ambienti che non conosce. Loro, al contrario, sono una vera forza della natura.

Cosa desideri per la tua vita futura e quali sogni continui a coltivare?
Non scherziamo coi sentimenti. A scrivere non rinuncio. Così come all’idea che ci sia un’azienda in Italia che possa avvalersi dei miei servigi, come si diceva un tempo, pur se mi appresto a superare i cinquant’anni. In attesa di una chiamata, sto approcciando una nuova storia, per non perdere il vizio; mi rimane – anzi è aumentato – il proposito di dare visibilità a ciò che credo meriti di essere raccontato. Se avrò una seconda opportunità, di certo non mi discosterò dai temi che riguardano le persone e questi tempi di crisi: il lavoro, la famiglia, la necessità di modificarsi per non svilire le opportunità. Magari stavolta osserverò la fabbrica dall’esterno, come sta accadendo dopo il mio licenziamento. E può essere che la osservi con gli occhi di chi in fabbrica non c’è mai stato e mai vorrà entrarci.

Ritratti dal Calvino
in collaborazione con Premio Italo Calvino
interviste di Ella May, ritratti di Davide Lorenzon

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