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Dicotomie resistenti

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Sii sempre in guerra con i tuoi vizi, in pace con i tuoi vicini, e lascia che ogni nuovo anno ti trovi un uomo migliore. Benjamin Franklin, Almanacco del Povero Riccardo, 1732/58

Era dai tempi dei film in bianco e nero che non si vedeva tanto ciarpame giù in strada, a Capodanno. E le mie mani, erano quelle, a spingerlo verso il basso. Tanto per festeggiare, avevo accampato come scusa. E poi me n’ero andata, sbattendomi la porta dietro, via a battere i denti, fuori, all’aperto. E avevo camminato, era una via lunghissima e ignota, percorsa fino allo sfinimento. Finché ho chiuso gli occhi d’istinto davanti al sole nascente, a quella luce obliqua e nuda come me, seduta sui talloni in cima a un precipizio. Presa a guardare in alto per non cadere giù. Ma ho riaperto le palpebre ed ero ancora viva. Sotto, un tappeto di colori che si è disteso al vento dell’aurora, mi ha presa e trasportata in volo. Per la mia prima volta in cinemascope, trovarmi libera dai pesi mi ha aiutata. Carica di tutta l’empatia concessa da questa mia nuova condizione, sono venuta a cercarvi. Vi ho ritrovati tutti. Pochi quelli che avevano ripreso a girare solitari. I più di voi erano aggrovigliati a gruppi, molti dormivano, altri credevano di essere rimasti svegli dall’anno precedente. Ma nulla è uguale, nulla ritorna ad essere se stesso all’infinito. La pelle era intirizzita da un’aria che non sapevo riconoscere, in questa carrellata a campo molto lungo che ha abbracciato il mondo e l’ha lustrato, finché non è riapparso come nuovo. E hanno preso a crescere vertiginosamente unghie, capelli e denti. Hanno formato un nido impenetrabile da fuori, da dentro morbido e caldo. Tanto che mi ci sono accoccolata e sono caduta finalmente in un sonno immemore, cullata dalla certezza che l’oro attorno avrebbe continuato ad aumentare. Sognando gli orizzonti davanti a cui ricominciare.

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Non desidero una rosa a Natale più di quanto possa desiderar la neve a maggio: d’ogni cosa mi piace che maturi quand’è la sua stagione. William Shakespeare, Pene d’amor perdute, 1593/96

Lei ha solo quindici anni. Lo spolverio di luce dà un senso vago a ogni forma intorno, illumina le tende in movimento. Le guarda dal letto, immobile, dopo l’appendicite. Stordita, indolenzita, forse febbricitante, sfiorata sulle guance da correnti d’aria che il legno fa passare alle finestre. È brezza del mattino o è quella della sera? Nemmeno un suono arriva dalla strada, ma cigolano gli ultimi gradini della scala. Suo padre, a schiena curva nel vecchio palchettone, toglie al presepe la polvere di un anno. Cosa gli cada di mano e rotoli per terra non lo vede, però ne segue il suono tra le stanze. Tra resti di nastri, carte, e bigliettini mezzo compilati, il gatto salta e sfreccia, pazzo di un filo torto. Rincorre il fratellino che tiene l’altro capo. Irrompono in cucina ma la madre li scaccia, o non finirà la cena. È sera, forse. L’aroma che si spande, davvero sembra odore di Natale. Stretta a quella speranza, sprofonda in nuovi sogni. La sveglia un miagolio, la sfiora una carezza sulla guancia. Si alza piano, per non strappare i punti. Fissa quel figlio dagli occhi leggermente strabici, che chiama con schiocchi di labbra e lanci di vagiti. Stretta a quella certezza, si dona alla sua fame. Lo spolverio di luce si spande sopra le vecchie cose intorno, e le rianima. Oggi che ha già trent’anni sa qual è il nuovo senso di tutto. E dà la sua versione esatta del Natale.

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Il pessimismo, quando uno ci si abitua, è tanto gradevole quanto l’ottimismo.
Arnold Bennett, Things That Have Interested Me, 1921

Anche questa mattina, dentro il mio mondo, è cominciata bene. C’è vento forte e mi ha colpito la porta mentre uscivo. Giusto un bernoccolo e un principio di emicrania, posso tranquillamente andare a lavorare. Sopra le strisce, rischio l’investimento da un uomo in motorino. Non prendo parolacce: giorno che parte con il piede giusto. Nel tunnel buio una donna piange. Mi accosto a lei, dice che dal licenziamento vive dentro uno stabile occupato chiedendo l’elemosina ai passanti. Le do due spicci, le faccio una carezza, ci provo a consolarla: almeno lei ha un tetto sulla testa, pensi ai barboni, dico. Ma non risponde. Intanto arriva il treno. Io entro a forza, c’è tanta, tanta gente. Meglio così, mi piace osservare le persone. Sopporto questa che parla ad alta voce nelle mie orecchie e si lamenta col telefonino di aver lasciato “lui” che raccontava le sue cose in giro. Fortuna che parte della musica da un tizio con due enormi cuffie. Più grandi sono, meno sono isolate. Il mal di testa sale a braccetto con un effetto domino: il tizio ascolta un gruppo che piace, una ragazza scatta in su col naso -cerca l’origine del suono, come affamata-, io capto il suo sguardo acceso e penso a te, al giorno in cui mi chiedesti se mai usassi i passeggeri in metro per ispirazione. Lo faccio da allora. E quando mi leggerai, lo capirai quanto sei fortunato. Che ti rimandi, alla fine, solo l’eccitazione di una ragazza e tralasci botte, insulti, grida e piagnistei. Che sia convinta che tu sia consapevole del fatto che ogni mattina ricreo per te un mondo bellissimo, anche se so che non lo abiterai.

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Tutti i coniugi del mondo sono male sposati, perché ognuno custodisce dentro di sé, nei segreti dove l’anima è del Diavolo, l’immagine sottile dell’uomo desiderato che non è quello del marito, la figura volubile della donna sublime che la moglie non ha realizzato.
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine, 1982 (postumo)

Hatta, ma che sei matto? Non puoi cambiare sguardo così all’improvviso. Stavi cantando in coro con gli amici, il trucco di Halloween ti si scioglieva sotto le luci forti, tutto innocenza e impaccio mi sembravi, in apparenza. Io lo avevo capito di esserti d’interesse, ma fino a questo punto, no, non lo pensavo proprio. Oh. Pare che tu mi voglia frantumare, con quei tuoi occhi troppo sinceri, adesso. Ora so riconoscere tutta la tua maestria di poco fa, quando sfidavi l’ilarità comune. Ridevano del pessimo karaoke, e tu reggevi al meglio la tua parte. Era per prendermi all’amo, lo devi ammettere. Ma mica parli, Hatta, in questo angolo buio appena fuori del locale. E spingi forte la mano anche sulla mia bocca. Cerchi il silenzio. Preferisci il fruscio dei nostri vestiti, le gocce di sudore e d’altro che cadono per terra, lo sbriciolio del muro schiantato dal nostro nervosismo. Se è questo ciò che vuoi (come nasconderlo?) è ciò che voglio anche io. Sbrigati, Hatta, sbrigati. Ma quanta fame ti resta ancora da saziare? Non senti che la musica si abbassa? Il coro degli amici perde quota, tu togli la tua mano, io faccio per girarmi, riabbottonarmi, per rassettare tutto come se niente fosse. Faccio per dire: “…” ed ecco che la base riprende alla sprovvista. Il muro che ritorna a sbriciolarsi, e le tue mani forti a sconvolgere i capelli sulla mia testa. Vuoi proprio eliminarle le parole, eh, Hatta? Dai non fermarti, forza. So che sei abituato a prenderti il tuo tempo, hai pure un orologio da taschino, che se si ferma neanche lo riavvii. Avanti Hatta, avanti, dacci sotto. Più tardi torneremo i solti io e te, protagonisti di una di quelle storie che ancora raccontiamo ai nostri figli prima di andare a letto, di quelle in cui indossiamo i cappelli di due bravi e ordinari coniugi, con vite precise come orologi svizzeri, ben regolati quanto a misura e distanza tra di noi.

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Se c’è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell’infinito e del vago che chiamano anima, questa è l’arte. Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo, 1838

David, quando t’ho manipolato nell’argilla, ne sei uscito così come t’ho immaginato. E mentre tu stavi sul piedistallo a disseccare, è corsa voce che fossi differente. Ho fatto in fretta a darti un nuovo volto, nuovi arti e busto, nuove, nuovissime anzi, proporzioni. Ma un’onda dell’Arno ha spazzato via di nuovo il mio lavoro. Allora io t’ho scolpito nel marmo di Carrara, tanto alto da far ombra a ogni altra effige umana, con una testa tale che Leonardo davanti a te scompare, e mani talmente vere da temere che tu ti pieghi a distribuire schiaffoni. Nessuno ha osato contraddire la tua voce che, dal mio petto, sorgeva a chiedere di collocarsi spalle a Palazzo Vecchio. Quando gli esperti messi a deciderti il posto alzarono il loro sguardo sopra il tuo, così accigliato, ti diedero ragione all’istante. E cosa dire del grido del Vasari: dopo di te nessuna statua mai! E mai è stata raggiunta vetta più alta, mi è stato detto in seguito, mai voce più forte si alzò a difesa della libertà, della democrazia contro le prepotenze dei tiranni. Infatti, è per questo motivo che, a poco a poco, rientrati in sé appena dopo lo stupore, i fiorentini proposero di mettere al tuo posto una copia. Tu che sei l’apologo ultimissimo del vero, ora sei circondato dall’atmosfera rarefatta di un museo, mentre quell’altro, l’impostore, l’impasto di marmo percolato dentro un calco, niente a che fare con la tua origine dallo scavo faticoso nella roccia, mostra ai passanti ignari la sua falsa versione della realtà.

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Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia […] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest’altra mascherata, continua, d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere […]
(Luigi Pirandello, Enrico IV, 1922)

Lei alzava la battuta, lui schiacciava. Lei solleticava, lui inanellava una sequela di starnuti. Erano professionisti della recitazione. Il duo aveva sempre funzionato: il pubblico rideva e le casse erano piene. Finché lui disse “Voglio votarmi al tragico, non mi scocciare più”. Se non potrò scocciarti, ti incollerò lo stesso, concluse lei, per niente preoccupata. Sera dopo sera lo aiutava e arrotolava stretto, per farlo somigliare a quella Mummia di cui era protagonista in scena. Ben cinquantotto repliche ci vollero, per giungere alla volta del finale magico. Stette cinquantasette volte di nascosto tra la gente, seno schiacciato dentro un busto rigido, scarpe portate lunghe e con la zeppa, e abito da uomo. Due baffi, identici a quelli di lui, sul labbro superiore, occhiali spessi, cappello sulla testa e mani nelle tasche. Non era forse Groucho? Replica cinquantotto: le bende erano spalmate di ceretta. Lui neanche se ne accorse mentre veniva avvolto, tanto si era assuefatto alle sue mani addosso. Conclusosi il drammatico finale, il pubblico piangeva, piangeva il botteghino per le casse magre, piangeva lei dal ridere. Pensando a quando lui, al seguito dell’ultimo richiamo sul proscenio, avrebbe alzato di scatto le bende, depilandosi. Ma, invece che il sipario, si alzò un grido dolente dalla quinta (il giropetto della protagonista? Sembrava suo il “Dooo” – o era stato un “Nooo” da voce raffreddata?). Adesso, pensò lei, si scosterà il sipario e apparirà lui contrito, o meglio, riconvertito al comico. Chissà. E apparve infatti lui, sempre mummificato, tenendo tra le braccia l’attrice principale. Pareva proprio morta, la sgualdrina (girava voce che fossero amanti, benché fosse sposata, e lo sguardo di lui lo confermava). Non era quella scena che attendeva. Adesso, licenziato Groucho, sotto i baffoni neri rimase un malinconico Charlot.

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