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Ritratti dal Calvino

Claudia Cautillo, nata e cresciuta a Roma, è di sicuro una donna sorprendente; minuta, elegante, sorridente. A vederla così, ci si aspetterebbe qualcosa di “politically correct”, invece lei ti guarda dritto negli occhi e ti mette in mano un libro spiazzante come Il fuoco nudo.
A conoscerla meglio, si capisce che invece c’era da aspettarselo. In fondo ha avuto il coraggio di fare qualcosa che in molti sognano di fare, me compresa: di punto in bianco se n’è andata a Las Vegas e si è sposata con il suo compagno senza dir nulla a nessuno fino a cose fatte. Da applauso.
Perciò ci sta che una donna come lei tiri fuori un romanzo “scorretto”, controverso e di grande impatto senza perder tempo a preoccuparsi troppo del polverone che può sollevare. Claudia “ha osato” trattare il tema scottante della pedofilia con un approccio nuovo, coraggioso e originale. Si può essere d’accordo con la sua visione della cosa oppure no, legittime entrambe le posizioni; ma sicuramente il suo è un libro che fa discutere e fa riflettere e che, proprio per questo, va letto e affrontato, perché è un libro che pone domande scomode, inquietanti, capaci di squarciare il pesante velo dell’indicibile.
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Eugenio Raspi è nato a Narni, all’alba del fatidico ’68.
È un uomo pacato, sempre disponibile, riservato, molto legato al lavoro e alle abitudini quotidiane della sua cittadina. Vive nella casa di famiglia che ha ristrutturato e possiede un orto e un giardino che non cura, ma che – giura – renderà stupendi quando il percorso della sua esistenza si sarà assestato.
E c’è da credergli, se intende farlo con la medesima costanza che ha speso nella costruzione del suo primo romanzo.
Sembra strano sentir parlare di assestamento a quasi cinquant’anni d’età, ma Eugenio lo fa con ragione: dopo vent’anni di lavoro, è stato licenziato dall’acciaieria a cui ha dedicato tanta parte della sua vita e ora fa molta fatica a trovare una collocazione che sia in grado di valorizzare la sua lunga esperienza lavorativa.
Ma nulla va sprecato, se non ci si lascia vincere; così lui si è messo a scrivere, a raccontare quello che ha visto e quello che ha imparato in fabbrica. Ne è venuto fuori Inox, un romanzo che sa farsi leggere e che, a leggerlo davvero, ci mostra una realtà posta sotto gli occhi di tutti e che forse, proprio per questo, non sappiamo guardare come dovremmo.
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Alessandro Calabrese è un venticinquenne emiliano; aspetto un po’ rude, temperamento passionale, atteggiamento sorridente, voce calda e profonda. Neolaureato in Letteratura, allenatore di una squadra giovanile di rugby, bracciante al bisogno nell’azienda agricola familiare. Viene da chiedersi se ci sia qualcosa che non sappia fare.
Irrimediabilmente contaminato dalle più peccaminose sonorità Rock e Metal, ha scritto un testo intriso di musica e riflessioni, il cui stile diretto e apparentemente lineare rivela il grande pregio di saper scegliere sempre il ritmo più intonato alla narrazione.
Con il suo primo romanzo, intitolato “T-Trinz”, è arrivato dritto in finale alla 29° edizione del Premio Italo Calvino, dimostrando a sé stesso che quando ci si mette sa fare bene pure lo scrittore.
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Valerio Callieri è un tipo che rimane impresso: il sorriso un po’ sospeso, lo sguardo diretto e l’espressione oscillante tra lo svagato e l’attento che porta a chiedersi cosa stia vedendo mentre guarda il mondo.
Classe 1980, nato e cresciuto a Roma e dintorni, ha deciso di assecondare la sua vocazione di scrittore durante un ricovero ospedaliero che lo ha costretto a fermarsi e a fare i conti con la sua passione di sempre. Quando non scrive, legge; quando non legge, corre. Si definisce “la banalità fatta persona”, ma lui è tutto fuorché banale e il suo esordio ne è la dimostrazione più lampante.
Vincitore (in ex aequo con Cristian Mannu) della 28° edizione del Premio Italo Calvino, è arrivato per direttissima alla Feltrinelli, che lo scorso 12 gennaio ha pubblicato il suo Teorema dell’incompletezza. L’opera prima di Valerio è un romanzo teso e toccante, in bilico tra giallo e noir, intriso di storia, sostenuto da una raffinata immaginazione, ricco di sfumature che compongono (e ri-compongono) uno dei volti più sofferti dell’Italia appena passata e, speriamo, tutt’altro che dimenticata.
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Simona Rondolini è nata nel 1970 a Perugia, dove vive tuttora. Si è laureata in Filosofia, in qua e là ha scritto racconti e fino al 2010 ha lavorato nell’attività commerciale di famiglia. Quando ha ripreso a scrivere, ha terminato un romanzo dormiente e l’ha inviato alla XXVI° edizione del Premio Italo Calvino, ritrovandosi finalista con tanto di menzione speciale della Giuria. Il romanzo è stato pubblicato da Elliot nel 2014 con il titolo Dovunque, eternamente e l’anno successivo è stato segnalato alla XVII° edizione del Premio Città di Cuneo per il Primo Romanzo.
Nell’agosto del 2016 ha pubblicato La stanza di Amelia, di nuovo con Elliot.
Quando non scrive legge, ascolta musica, corre o cammina, accarezza gatti raramente consenzienti, va al cinema e sforna muffin. Gli unici profili che ha sono il destro e il sinistro. Non ha uno smartphone e si ostina a preferire i romanzi alle serie tv.
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Nata a Messina nel 1973, Carmela Scotti è una donna dalle mille sfaccettature che passa con disinvoltura dal pizzo chiacchierino alla cronaca nera, senza disdegnare profumate incursioni nel mondo della pasticceria. All’età di diciotto anni se n’è andata di casa per trasferirsi a Palermo, dove si è mantenuta facendo un’infinità di lavori, dalla commessa alla bibliotecaria, dall’insegnante di fotografia in una struttura per disabili mentali all’operatrice telefonica per le vecchie linee erotiche 166. Oggi è una splendida neomamma che vive in Brianza e che lavora per i settimanali Cronaca Vera e Tu Style.
Il suo primo romanzo ha meritato l’ingresso nella rosa dei finalisti nella ventisettesima edizione del Premio Italo Calvino, piazzamento che l’ha condotta fino alla pubblicazione con Garzanti, all’interno della collana Narratori Moderni. Con L’imperfetta, Carmela ci trascina in un mondo arcaico e misterioso, capace di grande dolcezza e di opprimente violenza, raccontato con un linguaggio potente e sincero che, in un modo o nell’altro, sa lasciare il segno sulla pelle dei lettori.
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Può succedere a chiunque, in qua e là nella vita, d’imbattersi in persone particolari, persone che magari non fanno nulla di eccezionale, eppure sanno rendere speciale tutto ciò che fanno.
Martina, a soli ventiquattro anni, è senza dubbio una persona così.
Lunigianese per nascita e milanese d’adozione, ha scelto di dedicarsi alle lingue e alle culture dell’Asia orientale, approfondite e vissute attraverso svariati viaggi che l’hanno portata a vivere per un intero anno a Taiwan.
Ma la sua inesauribile passione non si limita certo allo studio; Martina coltiva mille interessi diversi, tra i quali la scrittura riveste un ruolo di primo piano. Lei scrive da sempre, fin da bambina. E si sente.
Il romanzo con cui ha partecipato alla ventinovesima edizione del PIC, intitolato semplicemente Branchia, ha infatti ottenuto una meritatissima menzione speciale della giuria. Il suo testo, affascinante e profondo, dimostra una rara conoscenza dell’animo umano, sostenuta da una sensibilità talmente matura da spiazzare il lettore.
Branchia, sospeso tra realtà e fantasia, sa incantare e stupire, perché ci racconta con intensità toccante ciò che si agita al di sotto della superficie.
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