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SQ Supereroi Quotidiani

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Mah, Mou era grasso ma tanto grasso, di quel grasso flaccido e americano che quando si muoveva gli ballava tutto dalla faccia ai polpacci.
MOU era il suo soprannome, un acronimo ricavato dalle prime lettere del suo Nome e Cognome di cui omettiamo l’estensione per non identificare la sua anagrafica.
MOU era simpatico ma forse simpatico è la parola sbagliata, era allampanato e questo lo rendeva bonario e distaccato dalla realtà. Si esprimeva poco, era sempre sudato e proprio per la difficoltà di coprire un corpo tanto vasto in lungo e largo aveva anche pochi vestiti e scarpe e camicie e…
MOU sognava la gnocca, oh pardon, una donna con cui fare l’amore e anche se qualche avance con una grassona tanto larga e vasta come lui ci fu in passato, l’oggi era composto solo sogni e pugnette senza per altro vederselo.
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Ricopriva un ruolo di primo piano dentro a un Museo tra i più noti al mondo, uno di quei posti in cui ci devi andare per forza tante sono le cose da vedere e capire, un Museo che per capacità e diffusione culturale poteva essere considerato un’Istituzione di riferimento.
La questione era per lei importante ma se la incontravi capivi subito che era incapace di svolgere un lavoro, come il suo, all’interno di un luogo come quello: slavatina sia nel vestire sia nell’atteggiarsi; sempre con un vestitino da signora bene e il tentativo di essere giovanile con delle All Star ai piedi, rosse, fucsia, bianche; un sorriso da pesce lesso; una flemma noiosa al solo parlare; una pesantezza di pensieri da far paura e riflessi zero!

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Che nelle vecchie Biblioteche ci siano i topi è risaputo e che rosicchino i libri è normale. Che la cosa sia un problema è scontato e che la lotta non sia mai finita un dato di fatto.
Ci sono sistemi di derattizzazione moderni che alla fine li allontanano dal patrimonio di conoscenza stampato su carta, antico e raccolto nelle cattedrali del sapere, perché ucciderli con il veleno non conviene: pensate se muoiono avvelenati e imputridiscono tra i volumi!
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Un Teatro, non potevi definirlo in altro modo, un Teatro in cui le parti recitano un comportamento umano di rispettabilità, ma di nascosto, poi, fanno quello che vogliono, credono, intendono come vantaggio.
Una sorta di recitazione in cui lui tradiva lei da tempo con tutte quelle che gli passavano sotto tiro e ci stavano, mentre lei che lo chiamava amore mio, lo aveva già tradito di meno ma lo aveva fatto con passione pareggiando il conto.
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Se lo era sentito dire così tante volte che alla fine ci credeva. Il suo soprannome non era associato alla conformazione del viso, ne al colore della pelle, neanche al comportamento, ma certo è che “faccia di merda” era diventato un appellativo per riassumerlo come individuo.
Aveva oltretutto origini nobili per niente parificabili al destino di un comune mortale e non sapeva nemmeno come fosse cominciata la mania ad apostrofarlo in questo modo che all’inizio lo faceva innervosire, poi lo irritava, ma ora non ci faceva più caso.
Era ligio all’igiene personale per cui non si poteva dire che il soprannome gli fosse arrivato suggerito da un cattivo odore, ne dall’esprimersi: non usava mai toni volgari. Non beveva ne fumava, non si drogava, era ben vestito, quindi il chiamarlo in questo modo era forse più che altro una cosa iniziata per qualche motivo senza senso e continuata per invidia magari senza un perché.
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