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Città raccontate: Modena

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Anche quest’anno se n’è andato il giorno, quello a me dedicato. Non è il mio compleanno – chi lo sa quando sono nato esattamente – ma vengo ugualmente festeggiato. È ancora buio e la città si riempie d’ambulanti; bancarelle d’ogni tipo, mercanzie, cibi, urlatori che vendono magie: sminuzzatori di verdure, pentole a più strati, aggeggi per pulire vetri e pavimenti… prodigi di modernità che solo in fiera puoi trovare. I modenesi arrivano con calma, invadono le strade cittadine. S’incontrano, guardano, comprano, parlano, mangiano: Piadine con salsiccia, cipolla e peperoni. La porchetta. Anche la torre Ghirlandina viene aperta.
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Un tavolo e una sedia al centro di una vasta sala col soffitto a volta. Chilometri di ripiani vuoti, ancora da riempire. Il ticchettio della macchina da scrivere rimbomba nella piacevole solitudine. Centinaia di cartellini gialli da compilare e inserire nei libri. I codici a barre e l’automazione dei prestiti verranno dopo qualche anno.
È il 1992, sono ancora una bibliotecaria in erba.

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C’erano una volta i Giardini Ducali, creati nel 1598 da tale Cesare, duca d’Este. A dire il vero il buon Cesare si limitò a recintare una zona incolta vicino al castello, lasciando a suoi eredi il compito di trasformarla in giardino e quelli scelsero uno stile rinascimentale all’italiana, mischiandolo a quello inglese: aiuole ben definite e zone a boschetto. E per non farsi mancare nulla ci misero anche un orto botanico.
Era prima che diventassero Pubblici.

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Immaginate di essere una bella donna che nonostante i suoi 75 anni, se ne sta completamente nuda a sorreggere su una spalla un fascio di spighe. Immaginate che da queste spighe fuoriesca acqua, la mia acqua e di schiacciare sotto i piedi, un grosso rospo, che a noi donne mica sono simpatici i rospi. Eppure il Graziosi (Giuseppe, di nome) quando mi ha scolpito, non voleva mica farmi dispetto; è solo che se raffiguri il fiume Secchia qualche simbolo legato alle acque lo devi pur mostrare. Così, eccomi qui. Con gli anfibi ai piedi a e la fertilità sulle spalle.
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Al trenèin dal còcc (Il trenino della spinta)

Al giorno d’oggi tutto deve andare veloce; è imperativo muoversi in fretta, spostarsi da un luogo a un altro nel minor tempo possibile. Nessuno assapora più la gioia di un semplice viaggio perché l’importante è arrivare. Eppure anche nel tempo di viaggio si possono fare scoperte, incontri, riflessioni, persino letture. Certo, anch’io ho una tabella di marcia da rispettare, ma sebbene il tachimetro permetta una velocità di 130 km orari, io non lo spingo mai più in là dei 60, il mio Gigèt (Gigetto). Che poi non è mica mio. Io lo guido soltanto.

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Il Pallamaglio

Nessuno era bravo come noi. Facevamo i migliori carri carnevaleschi della città. La nostra abilità di fabbri ferrai ci facilitava il compito, ma a spronarci era il desiderio di rivalsa, di illusorio e fugace riscatto dalla nostra condizione di abitanti del Quartirazz (il quartieraccio). Così, con poca indulgenza, i modenesi prendevano atto delle condizioni del nostro caseggiato affibbiandogli quel soprannome, ma nella topografia cittadina era semplicemente il Pallamaglio, come la piazza in cui sorgeva.

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La Bonissima

“In quel tempo (1268) nell’ultimo giorno di aprile fu collocata la Buonissima, come statua di marmo nella piazza della città di Modena, davanti all’ufficio delle bollette (o della Bona Stima)”.
[Cronaca trecentesca di Modena di Bonifazio da Morano]

“Mi scusi, mi sa dire dove trovo la statua della Buona Estima?” La donna se ne sta al centro di Piazza Grande, con una guida turistica in mano. La osservo da un po’ aggirarsi sui ciottoli della piazza, stupita di non trovarvi quel che cerca. Alla mia espressione interrogativa spiega che la sua guida dice che “la Bonissima è la figura femminile garante simbolica dell’onestà delle misure, ossia la personificazione dell’ufficio della Bollette o della Buona Estima e che era allocata su quattro colonnine su cui erano incise le misure modenesi”. Allocata? Ma dove l’ha comprata ‘sta guida? “Guardi, signora, lasci perdere la guida, la Bonissima era una nobildonna che in un periodo di carestia ha sfamato il popolo, anche se mia nonna giura che si tratti di una fruttivendola e mia zia mi assicura che sia Matilde di Canossa in persona. Comunque non la troverà mai se non alza il naso da terra. Ecco, guardi, è là, a due metri sopra la sua testa, nell’angolo del Palazzo Comunale con via Castellaro”.

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