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Città raccontate: Bologna

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Sulla strada che ci riporta a San Francesco, il santo che parlava alle bestie, unico santo ammesso d’ufficio a dialogare con la fauna pratella, incocciamo nel Martello degli Eretici. All’angolo di Via Porta Nova, la porta che separa Bologna dal Pratello, borgo maledetto sin dal Medioevo, un gentil giovincello ci sovrasta, armato di libro e giglio. Simboli di sapienza predicatoria e di santa purezza, essi definiscono il brand di Sant’Antonio da Padova.

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Bologna sta lì, matrona e padrona, e noi del Pratello ce ne guardiamo bene. Così quando siamo appena fuori casa e ci punge vaghezza di andare verso il Crescentone, la piazza di San Petronio (LA chiesa di Bologna, incompiuta utopia architettonica della città papalina), ci troviamo la faccia torva e il gesto perentorio di Ugo Bassi, patriota fucilato, a dirci che davanti a certe scelte conviene fare un passo indietro, davanti a ben altre, mai.
E così, di botto la voglia di andare ci passa e ci perdiamo nelle gore del Risorgimento. Quel sacerdote, il cappellano di Garibaldi, non solo era barnabita, era pure massone, a quanto dice persino il suo monumento, opera del Parmeggiani e voluto da Carducci, Saffi e altri capoccioni felsinei. Però di sicuro era uno che non te la mandava a dire e se c’era da dire NO, segno della croce e via con le mazzate.
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Una mattina di quelle bolognesi, che l’umido infiacchisce persino le nuvole e le fa grigie topo, una mattina di quelle ho provato a varcare i confini del Pratello e mi sono avviato seguendo l’odore delle Torri in fondo a Via Rizzoli. Ma alla Piazza di Porta Ravegnana non ci sarei arrivato. Ormai ero del Pratello e tra me e le Torri, ancora prima di San Petronio, la basilica interrotta, la cattedrale di San Pietro mi impediva l’accesso e mi ricordava, con la sua Pietà, modellata da Alfonso Lombardi, la mia natura mortale. Tiè! Sai com’è? IO torno indietro. Ma non senza dare una occhiata al bel campanile…
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Dicevo di “quello di Mimì”, il padrone della bulldogghina più bella di Bologna (per lo meno), che gli piace di vivere all’ombra di quella illustre basilica, San Francesco.
Durante la Guerra, gli Alleati, cercando di bombardare la stazione, decisero che, per non saper né leggere né scrivere, era meglio andar a filo diritto e tirar giù tutto quello che capitava lungo la rotta d’attacco: la bella San Francesco stava proprio lì e, quel giorno, di botte ne prese a balus, come si dice da queste parti. La facciata s’aprì in due e tutta la navata centrale e il chiostro vennero giù per buona parte… Ma sta lì, ancora tranquilla, nonostante qualche scossone tellurico e le bombe che le tirano quando il campionato di calcio della piazza si fa particolarmente duro. Donna forte, la basilica, per resistere al Pratello e alla sua rumba. “Quello di Mimì” ha trovato la chiave di casa guardando la grande croce bianca della facciata e di storie, davanti a quella facciata, ne ha viste succedere e ne ha sentite raccontare, sbucando dall’angolo che da sull’ex piazzetta de Marchi, dove abita.

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Bologna, come tutte le signore di buona famiglia, ha un parente scomodo: il Pratello. Da secoli lo tiene fuori dalle sue mura duecentesche, quelle della domenica. Puzza, è uno sporcaccione, fa caciara, è traditore… insomma, un brutto soggetto.
Il Pratello è un fiume di vino e di birra e di esagerazioni, che prima di arrivare alla via presidiata da Ugo Bassi o alla Porta Nova, vigilata dalla Madonna della Piazza Malpighi, ha il suo estuario, la sua battigia nella spiaggia di San Francesco.
Conosco un tipo, un buontempone, che gli piace di vivere là e là ci vive da una mezza vita. Viene da un’altra città, un posto dove lo avrebbero chiamato, se se lo fosse meritato, con il soprannome di famiglia, “Occhi d’argento”. E come tanti altri, anche lui è naufragato a Piazza San Francesco. Qui non ha un soprannome e un po’ gli dispiace, ma gli piace svegliarsi al mattino avendo negli occhi gli alberi del giardino della basilica, vestita con quel suo bell’abito di archi e contrafforti, gotica.

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