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Città raccontate: Lucca

Lucca ospita ogni anno, nel weekend del 1 novembre, il Festival Internazionale del Fumetto, del Cinema d’Animazione, dell’Illustrazione e del Gioco. In parole povere, Lucca Comics and Games, in sigla d’ora in poi LCG.

LCG è di gran lunga l’evento più “riempipista” per la città: in quattro giorni si assiste ad un vero e proprio gioioso e colorato assedio da parte di più o meno giovani appassionati di fumetti e giochi di ruolo. Per dare un’idea a chi non ha mai provato l’ebrezza del Festival, l’edizione passata ha fatto registrare piu’ di 200.000 presenze, con più di 180.000 biglietti venduti. Tutta questa gente “fa girare l’economia”, e muove – in soli quattro giorni, ve lo ricordo – un venticinque milioni di Euro tra biglietti, fumetti venduti e indotto (vitto e alloggio). I lucchesi mugugnano e sbuffano per 361 giorni l’anno su come questo esercito di cosplayer, collezionisti, pazzi furiosi e adolescenti muniti di brufoli d’ordinanza sconvolga la tranquilla esistenza dei novemila residenti nel centro storico. Poi, contano gli incassi dei giorni di LCG e mugugnano su quanto poco duri la pacchia. Lucchesi: popolo di commercianti e venditori, si dice che siamo tirchi e corti di braccio, ma è tutta invidia

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Lucca è notoriamente una città “parca”; dei lucchesi si dice che competano con i genovesi in quanto a tirchiaggine, e i viareggini (che soffrono tantissimo il fatto d’esser comunque in provincia di Lucca) insinuano che a carnevale noi cittadini del capoluogo tiriamo i coriandoli legati ad un elastico, così li possiamo recuperare e riutilizzare più e più volte. Tutto ciò è ovviamente falso: sin da piccoli ci abituano a raccattare a brancate i coriandoli usati, e a tirarli con forza addosso ai nostri amichetti, soprattutto se son di Pisa.

Non stupirà scoprire che molte delle ricette tipiche lucchesi comportano l’uso di pochi ingredienti di base, o hanno a che fare con il recupero creativo di avanzi di cibo che in altri posti sarebbero etichettati come “rifiuto umido”, o declassati direttamente a cibo per gli animali da cortile.

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Per arrivare al luogo di oggi devo partire da lontano: da una foto aerea del centro storico. Eccola qua sotto:

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I punti rossi pieni rappresentano gli angoli del quadrilatero romano iniziale, la pianta primitiva della città ancora perfettamente visibile dopo più di venti secoli. Alcune porzioni di quelle mura si possono vedere dal vivo, nella parte sud del quadrilatero. Subito fuori dalle mura romane c’era – nella parte nord – l’anfiteatro, che oggi è una splendida piazza che conserva dell’antico luogo solo la forma ellittica, e un po’ di marmi e colonne nei muri degli appartamenti che adesso la circondano.

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Tra le innumerevoli, splendide chiese racchiuse dalla circonferenza delle mura urbane m’è venuto in mente di segnalarne una non conosciutissima, ma meritevole di più d’un paio di parole: Santa Maria Corteorlandini.
La zona in cui sorge la chiesa è quella nord ovest, fuori dal giro classico dei turisti da crociera che intasano a scaglioni il Fillungo e Piazza Anfiteatro, ma vicina al palazzo del Comune e adiacente alla Bibiloteca Statale: una porzione di città abbastanza viva e vissuta dagli abitanti del centro storico, sempre meno in numero assoluto e sempre più forestieri in termini di provenienza.
Ma torniamo alla chiesa. Già il nome ufficiale merita una spiegazione: “Corteorlandini” è imbarbarimento del nome della casata che abitava nella corte adiacente alla chiesa, i Rolandinghi, famiglia nobile e potente della Toscana del medioevo. La corte si chiamava infatti “Rolandinga”, da cui è uscito per varie inversioni lessicali e successive elisioni tipiche del dialetto lucchese l'”orlandini” che abbiamo oggi.

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Tra i ricordi piu’ vividi che ho degli anni della mia infanzia c’e’ una gita che feci quando ero – mi pare – in prima media.
La mia classe fu portata a visitare i sotterranei delle mura di Lucca.
Io venivo dalla campagna profonda, e del capoluogo conoscevo appena un paio di piazze in cui mi portava mio padre la domenica mattina a comperare i giornali e le paste per il dopo pranzo.

Le mura erano un confine netto tra il fuori in cui vivevo io e il dentro, che ospitava luoghi mitici come le librerie (a quell’epoca spendevo tutta la mia paghetta in libri) o – in autunno – la tensostruttura della mostra dei fumetti. Il confine era superabile solo attraverso le porte incredibilmente sempre aperte al forestiero, e – ancor più incredibilmente! – l’intera cinta muraria era percorribile in auto.

Le davo per scontate, le mura, a quell’epoca, e pensavo non avessero altro scopo che ricordarmi benevolmente che ero “di fňra”, e che al contado avrei dovuto tornare dopo una breve visita “drento”.

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Vi sono spessissimo nei centri storici delle nostre città dei toponimi di origine varia che soppiantano nella vita di tutti i giorni i nomi “comandati” di vie, strade e piazze. Lucca, con quell’indole conservatrice e resistente testimoniata da una delle più belle cerchie murarie del mondo, non fa certo eccezione, anzi: qui i toponimi si sprecano, si stratificano come i reperti prima etruschi, poi romani, quindi longobardi, poi su su medicei e napoleonici che impediscono – in pratica – qualsiasi lavoro di sterro. Perché qui come scavi esce di sicuro qualcosa, e quando dico “qualcosa” intendo una strada, un cimitero, un palazzo… Tra i toponimi lucchesi piu’ caratteristici v’è quello col quale tutti i lucchesi conoscono la piazza che sulle cartine si chiama “San Salvatore”. Situata poche decine di metri a nord da Piazza San Michele in foro, la piazza San Salvatore ospita la bella chiesetta omonima, del mille (a Lucca abbiamo tutto vecchissimo, mi scuso per questo…), più volte restaurata ma rispettando sempre l’impianto medievale di partenza, che ha come molte altre chiese lucchesi (e di chiese ne abbiamo decine) la particolarità del campanile assai discosto dal corpo principale. Ma torniamo al toponimo, che nel nostro caso in realtà sono ben tre:

Piazza della Legna (oramai in disuso), a testimoniare il passato ruolo dello spazio cittadino di luogo destinato alla compravendita di legna da ardere;
Piazza della Misericordia, perché sulla piazza affaccia la sede storica dell’Arciconfraternita di Misericordia, che pare esista in zona dal 1540 o giù di lì;
Piazza della Pupporona, ovviamente il nome piu’ in voga, che prende spunto da una statua neoclassica disegnata dal Nottolini verso il 1800 e raffigurante una Naiade con un seno scoperto.

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