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Città raccontate: Milano

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Quelle come me sono fatte per lo sguardo

L’arco balenò
e splendido tornò

Cari Milanesi che qui arrivaste a pregare per secoli e secoli, ignorando quanta bellezza era nascosta sopra le vostre teste, diciamocelo: ma a chi venne in mente di ricoprire questi spendidi splendenti colori sotto strati di triste intonaco, che li ingoiò un po’ come un drago ingoia le sue vittime? E quale fu il mio San Giorgio, che corse a liberarmi e mi restituì alla mia vera natura? Di San Giorgi ne ho avuti molti, anonimi per il pubblico, restauratori che nel 1952 e dal 1989 mi hanno pulita e ripulita, sapendo che qui si celava una distesa cromatica di rara bellezza.
Così un giorno l’arco balenò e splendido tornò.
Da secoli Vincenzo Foppa, il mio creatore, colui che aveva dipinto questa volta tra il 1464 e il 1468, si rivoltava nella tomba. Più o meno dal 1630 quando, dopo una brutta pestilenza, si pensò che i miei colori non si addicessero all’ambiente di una chiesa.
Non mi voglio dilungare in troppe parole, perché quelle come me sono fatte per lo sguardo, quindi uscite dalla vostra casetta e venite a trovarmi: mi chiamo Cappella Portinari e mi trovate dentro la basilica di Sant’Eustorgio.

Testo di Emma Romero
Illustrazione di Stefano Pietramala

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Di me, di certo, c’è soltanto il nome

Vieni qui, mio caro amico,
ché t’insegno un luogo antico…

E voi, miei cari monumenti di Milano, che vi fregiate di avere le prime pagine nelle guide e nei siti internet di tutto il mondo, voi lo sapete che dovete piegarvi al mio cospetto? Perché io antica lo sono per davvero e tanto, e costringo gli studiosi a riempire pagine e pagine di polemiche tra critici, storici e fini intellettuali serissimi e sempre fraintesi. Si chiedono infatti costoro quali siano i santi rappresentati sui miei muri, e non riescono ad accordarsi, non ci riescono mai! Che domande, orbene, certo che io lo so, chi sono quei santi, ma non glielo dico: non me lo sogno nemmeno! Come farei, senza più ascoltare i loro discorsi sottovoce, mentre puntano una torcia contro gli antichissimi affreschi e sempre sottovoce si lanciano frecciatine feroci, facendo a gara a chi ne sa di più? E non è solo questo l’unico mistero che mi avvolge, miei cari famosissimi monumenti di Milano. Incerta è la mia origine, incerta è la mano che mi ha creato, incerto l’uso e l’abuso, nei giorni in cui qui c’era un monastero per le monache di clausura. Lo soppressero nel 1798, ma nel frattempo io ne avevo già viste, di cose… Cose che non sto a dirvi, voi siete avvezzi alla mondanità, agli apertivi, ai turisti giapponesi. Ma come riassumere in poche righe secoli e secoli di storia?
Vieni qui, mio caro amico, ché t’insegno un luogo antico… Di me, di certo, c’è soltanto il nome: sono la torre d’Ansperto, eppure a lui non appartengo, ché già prima di lui esistevo, ma fu quel vescovo di Milano a riaggiustarmi e da allora, con orgoglio, ne tengo il nome.

Testo di Emma Romero
Illustrazione di Stefano Pietramala

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Tutti i segreti di piedi e di mani

Se la vita è fatta a scale,
chi qui scende e chi qui sale?

Buondì, mio caro, dove vuole che la portiamo oggi? Le possiamo garantire viaggi nell’arte e nella storia, nella musica e nel divertimento, almeno nel corrente anno 2013. Però, se lei trovasse una macchina del tempo e decidesse di venire a farci visita in tutt’altro punto dello spaziotempo, farebbe una scoperta eccezionale… Anzitutto, vedrebbe che al posto di questo largo piazzale, creato negli ultimi decenni, v’era un tempo un edificio. Lo danneggiarono i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Allora avevo sì e no quarantasei anni, e io e le mie mura ce ne stavamo qui, proprio di fronte al cimitero monumentale, a custodire una preziosa fabbrica chiamata Ditta Carminati, Toselli & C. Eggià, questo trovereste, facendoci visita con la macchina del tempo all’incirca all’inizio del 1900: una fabbrica da cui escono oggetti e persone per la “costruzione, riparazione, vendita di materiale mobile e fisso per ferrovie, tramvie e affini”. Bello, vero? Insomma, merito mio e di tutte quelle donne e quegli uomini che venivano qui a lavorare, se si poteva usare il tramvai a Milano. Eh, ormai sono ultracentenaria e i ricordi sono tanti e diversi, quanto potrei raccontarvi di Milano, potrei raccontarvi così tanto, tutti i segreti di piedi e di mani che scendevano e salivano dal tram! Tutti quei tram creati da circa 1300 persone. Ma questo era prima delle bombe, prima che i tram smettessimo di produrli, prima che la fabbrica chiudesse, come chiuse, nel 1935. Poi la guerra, la ricostruzione e i decenni passavano e le ditte andavano e venivano e a me quanto mi dispiaceva che nessuno si ricordasse del mio glorioso passato di Fabbrica del Vapore! Però ora se lo ricordano e chissà se qualcuno ricorda il detto di quell’operaio, che amava dire: Se la vita è fatta a scale, chi qui scende e chi qui sale?

Testo di Emma Romero
Illustrazione di Stefano Pietramala

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Un tesoro da trovare

Siamo molti e siamo uno,
come noi non v’è nessuno…

Che fortuna ho avuto, quel giorno in cui apposero la firma e mi trasformarono in un bellissimo possedimento del comune di Milano! Beh, devo dire la verità, in quel lontano 1938 bellissimo non lo ero affatto, avevo anzi bisogno di una accurata ripulita. Com’è che la chiamano gli esseri umani? Ahsssì, è vero: reastauro.
Perdindirindina, direte voi, ma davvero si possono restaurare quelli come te?! Si possono restaurare i giardini? Così pare. Del resto, chi non avrebbe bisogno di una bella restaurata dopo quattro secoli di esistenza? Io ero stato creato nell’ancor più lontano 1555 (prendete i numeri e giocateli al lotto per me, ovviamente sulla ruota di Milano). Ero il capriccio di una contessa, così io pure ne son venuto fuori capriccioso. Ho bisogno di essere innaffiato, potato, coccolato e guardato da decine di mani e di occhi appartenenti a quelli che gli esseri umani chiamano giardinieri.

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Insomma, che cosa sei?

Tocco il cielo con un dito,
con un viso molto ardito…

Chi mai sarò? Bella domanda, me lo chiedo spesso anche io, da quando mi han messo su, nel 1957, e me lo chiedono gli altri edifici che vedo spuntare all’orizzonte. Me lo chiede spesso e soprattutto la cara, saggia Madonnina.

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Un fiore a due zeri

Piace a tutti per le sue forme
Ma non ha gambe e non lascia orme…

Questo direbbe un indovinello su di me, se qualcuno decidesse di dedicarmi uno di quegli enigmi in rima che piacciono molto agli esseri umani, o almeno, ad alcuni esseri umani. Forme ne ho, è vero… in realtà, soltanto una: sono rotonda, molto rotonda. Un cerchio quasi perfetto, da cui alla fin fine ho preso il nome, così da diventare una di quelle importanti, una con la maiuscola: la Rotonda.

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