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Città raccontate: Napoli

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Piazza San Domenico. Il centro di Napoli

A piazza San Domenico Maggiore si consumò il più efferato omicidio d’amanti, dopo quello di Paolo e Francesca. Nel palazzo De Sangro, quello che fu poi del famoso principe Raimondo, nel Cinquecento, abitava un altro principe, Carlo Gesualdo da Venosa, uomo di cultura e madrigalista di fama mondiale.

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A Napoli, San Gennaro è di casa

Dopo quello di Tutankamon, il Tesoro di San Gennaro è quello più conosciuto al mondo. Dall’indefinibile valore con le sue molteplici donazioni è divenuto nei secoli il più alto simbolo di venerazione dedicato ad un santo; basta pensare solo alla Mitra, realizzata per il busto reliquiario, tutta in oro e argento dorato, tempestata da ben 3894 pietre preziose, smeraldi, rubini e diamanti, regalata al Santo dal popolo e dal re Carlo III di Borbone. Tra i primi devoti del martire, ci furono gli Angioini; della loro committenza è testimonianza proprio il prezioso busto in argento dorato, realizzato nel 1305 da orafi francesi della corte di Carlo II ed oggi custodito nella cappella al Santo dedicata nella cattedrale di Napoli (quella degli affreschi del Domenichino!).

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Le capuzzelle, le anime e la devozione

Che poi a Napoli siamo abituati a condividere lo spazio con i morti. Quelle capuzzelle ci accompognano da una vita. Ci sono due luoghi speciali dove sono custodite le anime pezzentelle; uno è al centro storico, nell’edificio della Chiesa del Purgatorio ad Arco e l’altro è nelle cavità di tufo del quartiere Sanità.
Il tufo da queste parti è l’elemento chiave dell’intera città.
Un materiale che offre una morbidezza alla lavorazione e seppur attaccabile dagli agenti esterni, concede la sua durevolezza da ormai più di duemila anni. È nel Seicento peró (un secolo che ci ha cambiato molto, il tempo degli Spagnoli) che buona parte delle cave viene sventrata per ottenere materiale da costruzione. E così, com’era già accaduto nel passato, si scavava sotto per ricostruire sopra. E questo per un motivo semplice, per economizzare! Da sotto si toglieva la pietra e sopra si assemblava.

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La vita si fa per strada

Da queste parti gli scugnizzi esistono da sempre, si può dire che siano nati con il mito di Partenope e sono a lei sopravvissuti. Li trovi ovunque, in ogni crocicchio, fuori ad ogni strada. Stanno li per ore, li vedi fare squadra e ridere ad alta voce. Pure Gemito (che pure era uno di loro), lo geniale scultore, ne comprese il ruolo ed immortalò il loro spirito in memorabili bronzi. Nel passato (quelli che ci ha raccontato Matilde Serao o che ci ha mostrato il neorealismo di De Sica), questi ragazzetti di strada, avevano una faccia da schiaffi e la tenerezza insieme, i piedi sporchi e gli abiti lerci; oggi, li trovi sempre negli stessi posti, ma sono cambiati. Di schiaffi ne tirano ancora di più per la spudoratezza e l’insolenza che mostrano, ma ancora sono coreografia delle strade storiche napoletane.

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L’Arte e la vita tuttuno col mondo

Era da ore in quella posizione ed il sangue che affluiva giù fino alla mano gli rese il braccio dolente e di un rosso carico. Era uno scugnizzo, uno di quei ragazzi coi capelli ricci e neri, con la pelle bruciata dal sole e negli occhi tutta la vita. Nuda e cruda. Lui lo aveva visto nei vicoli, rincorrere scalzo gli altri ragazzi e ridere con gran fragore ogni volta che riusciva ad afferrarsi con uno di loro. In quei vicoli c’era la vita. C’erano i bassi*, aperti per il caldo con la strada che entrava dentro, in un continuo andirivieni con il mondo di fuori. Uno spazio vitale, unico ed esteso; un tuttuno col mondo.

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