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Città raccontate: Roma

Roma 9

Centinaia di ciclabili quasi mai collegate tra loro, itinerari che non prevedono il Centro, se non per tratti limitati, corsie preferenziali pericolose, bike sharing fantasma. La giunta comunale, in carica da quasi un anno, ancora stenta a gestire l’ordinaria amministrazione e appare improbabile che risolva il problema del traffico a breve, malgrado l’attitudine ciclistica esibita dal Sindaco in persona.
Da ragazzina vivevo in un quartiere “verde” e le mie gambe si prolungavano in due ruote, e così è stato fino all’età della patente. Ho ripreso da due anni a girare in bicicletta per la Capitale. Non è facile, e adotto un compromesso: pedalo fino alla stazione più vicina, poi chiudo la bici a libretto, apro un libro e lo leggo in metropolitana. Quindi scendo, richiudo il libro a bicicletta, torno centauro e ancora pedalo fino a destinazione.
Non male, ma ormai di notte sogno solo ingarbugliati viaggi per treni e per stazioni, mentre una volta sognavo di volare.
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L’acqua spalla li ponti. È il detto romanesco che definisce una situazione fattasi improvvisamente esplosiva, che porta gli eventi alla catastrofe, come un’ondata del fiume in piena travolge e distrugge i ponti.

– Mannaggia alla paletta, quello t’ha guardato, sta’ a vede’ mo’ che je succede!
– Piano, piano, che me mannate all’aria tutta la taverna!
– Fermi per carità… Gendarmi!
– A bella, lasciali sta’ li gendarmi. Si esco vivo da ‘sta scazzottata, te porto a sentì er profumo der ponentino ‘ndove che ce lo so soltanto io…
– Vigliacco!
– Stà zitto te, e valla a pija’ ner chicchero!

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Era un vivacchione, un uomo di mondo, giocava a fare il divo, Augusto. Amava gli spettacoli del circo e, sotto la sua reggenza dell’Impero, si celebrarono giochi ovunque e di continuo, fossero recite, lotte, o anche naumachie. Quel giorno sedeva tenendosi ben stretto il suo saccellus popiccorniorum (Chi va a Roma perde la poltrona – detto cristallizzato parecchio tempo dopo, ma lui lo conosceva già, e il seggio lo inchiodava a terra col suo peso), gustando l’inaugurazione del Teatro Marcello (completare l’opera intrapresa da Cesare fu un suo incaponimento, era nato a settembre, sotto la Vergine, il segno dei cocciuti), quando, a detta di Svetonio, “le connessure della sua sedia currule si allentarono ed egli cadde supino.”* Tutti i poppicornia disnocciolaronsi perdirintorno alla sua augusta mole, e in un attimo fu neve anche d’estate. Il setto del bel naso alto e adunco gli fremette e, dall’alto delle sopracciglia unite fin giù alle froge, giurarono di aver visto prorompere un getto d’aria bollente. Non era ira, ma un’ulteriore idea, quella che ribollì nella divina testa, fluendosene fischiante in modo tanto vigoroso. Augusto fu folgorato dal fermo immagine della sua Caput Mundi tutta tinta di bianco nel mese al quale aveva elargito il proprio nome a memoria della sua eccellenza. Pensò: “Credo che al Divo Augusto convenga tosto far nevicar di Agosto sopra la capitale dell’impero… Sai che spettacolo!”

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Le osservo in questi giorni di canicola. Spogliate oltre necessità, girano torno torno sulla graticola urbana carni ustionate a chiazze. Loro dissimulano. Sventolano, alte e tirate, code, gonnelle, fogli e riviste patinate. Dilatano pori, narici, estremità, andature. Intumidano labbra, scorrono nella peluria trasparente fili, riganoli -furtive lacrime a volte, pure. Sgocciolano, e dove sostano per poco, formano pozze che il grande conquistatore aspira, risucchia forte e asciuga. Tecnica millennaria: lui le ubriaca, gonfia di morsi e scortica. Lavora alla sfioritura di quei corpi, li segna, li strapazza. Li atterra al tramonto, quando sparpagliano attorno petali stanchi di rose scompattate.
Non era il giorno giusto. Il successivo sono di nuovo in strada. Sfioccano ancora, molli, sopra l’asfalto molle, confuse nel miraggio che risale evaporando. Spighe di grano a un vento inesistente. Pesci all’asciutto, ondulano boccheggiando.
Forse non sanno -qualcuna forse sì- chi fu la prima, l’unica, vera e sola (ancora ama ripeterlo ai giornali) che dava forma all’acqua appena entrava. Venere irrispettosa, diva di un lungo sogno, giusto allora. Oggi scarseggiano gli uomini all’altezza. Se uno appare, sgorga uno sciacquettio di cosce rosa shocking, scomposte nella fontana più vicina. Pigolano e danno di gomito l’una con l’altra, per far mattina con con Marcelli farlocchi. Attratte a frotte dalla Dolce Vita, le false Anita a me sembrano troppe, zampilli freschi e pure tante zampe di gallina.

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Campo de’ fiori

– Ti ricordi quando siamo venuti a Roma la prima volta?
– Betty, se me ne ricordo.
– Non so… Era tutto così diverso. Non hai anche tu la stessa sensazione?
Don non le rispose. Era distratto, seguiva il bacino caracollante di un’altra turista, più giovane, che li anticipava di poco, avanzando nella loro stessa imprecisa direzione. Un dondolio davvero calibrato. La ragazza coi Jeans attillatissimi si amalgamò rapidamente con la movida di Campo de’ fiori e, appena fuori dalla vista, scomparve anche dalla sua memoria a breve termine.
– Uh? – Don cercò di riprendere il filo di un discorso del quale non teneva più uno dei capi in mano, ma Betty non diede segno di farci caso.
– E quella statua. Non mi ricordo che ci fosse già, proprio in questo punto.- Dopo una breve pausa riprese in un tono più flebile – Don, mi fanno male i piedi, sono stanca. Mi porteresti qualcosa da bere mentre mi siedo sotto il piedistallo?

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I quartieri periferici

Il tempo fa slittare pure i nomi: non è più “Comune di”, ma “Roma Capitale”. Il centro, entro le mura, è “Città Storica”. Slittano pure certe vite. Da giovani che furono, nate sul biondo Tevere, si ritrovano vecchie, e spinte dalla necessità alle estreme vette dei palazzoni di quartieri dominati dal colore grigio. Rifugio dei due terzi degli abitanti della più popolosa città d’Europa.
“Vieni, ti faccio vedere. In questa strada una volta c’erano le barricate, Questo portone qui, è quello dove mio zio aveva la sua bottega. Non si legge l’insegna, sai dirmi quale negozio ci hanno messo adesso?”
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La verità è che sei diventato cieco: non sai più vedermi come la prima volta. La prima volta, a te è mancato il fiato, come fossi fasciata di vento e non di quell’abito che rifletteva il cielo. O anche distesa a gambe aperte, anziché in piedi, dritta, tremante, così emozionata. Oggi che sopra il tuo sguardo pesano tutti gli sguardi che ti hanno preceduto, anche se hai gli occhi aperti, tu non sai più vedermi. Sono una cartolina sbiadita da giorni riarsi dal troppo ardente sole e da altri sfiniti dalla troppa pioggia.
Ma, vieni, accosta l’iride a questa vecchia serratura, accetta di essere il mio turista estremo. Questa sono io, come solo a te mi mostro. Come soltanto a te mi voglio rivelare. Resta così se vuoi, resta finché ti piace. Sono sicura che tornerai a vedere.

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