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Città raccontate: Torino

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Conoscere Torino e sopravvivere per raccontarla
Parte quinta – Le acciughe al verde

Niente è più torinese delle acciughe al verde. Se, in un lontano futuro, un archeologo dovesse scoprire alcuni sarcofagi sabaudi perfettamente conservati, dentro troverebbe una foto del Grande Torino, un gianduiotto smozzicato e una grande riserva di acciughe al verde. Non sappiamo bene perché, ma abbiamo l’impressione che il nostro ultimo viaggio avrà a che fare con il mare e così vogliamo essere preparati. Morire per noi in fondo è solo un po’ meno traumatico che spostarci per andare in vacanza. Mi chiedo chi sia stato il primo piemontese che ha visto il mare. Chissà quali cataclismi hanno dovuto colpire il cuneese per convincerlo a spostarsi.
È strano che i nostri progenitori, dovendo arrivare in Liguria cioè all’estremo limite del mondo conosciuto, non ne abbiamo approfittato per scoprire le delizie del tonno, dell’orata o al limite del branzino.

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Conoscere Torino e sopravvivere per raccontarla
Parte quarta – Gli agnolotti del plin

Il vero torinese non esiste più da secoli. Ogni estate se ne avvista uno assieme alla pantera fuggita dallo zoo e all’anaconda abbandonato nello scarico, ma si tratta di leggende urbane. Io ho un genitore veneto e uno trentino eppure sono considerato un savoiardo doc, anche se non puro come chi ha solo la mamma di Catania. La caratteristica più importante del vero torinese è la nostalgia. La suadade brasiliana e il fado portoghese non sono che pallide varianti del nostro magone. Siamo persi nel ricordo mitico di un Piemonte dove avevano ancora un senso i nostri valori: la parsimonia confinante con l’avarizia, la riservatezza che diventa indifferenza nei confronti del prossimo e gli agnolotti che restano sempre agnolotti del plin.

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Parte Terza – Il Fritto Misto

Se in un salone pieno di gente, un cameriere in vena di esperimenti desiderasse servire il fritto misto, solo due persone alzerebbero la mano: un torinese e Hannibal Lecter. Gli ingredienti principali di questo piatto infatti sono il cervello, le frattaglie, la mela, il semolino dolce e l’amaretto. A parte la giraffa e il radiatore dell’auto, c’è quasi tutto ciò che è impossibile pensare impanato e fritto. Di difficile digestione, il fritto misto è spesso causa di insonnia, allucinazioni e voglia di risolvere quel puzzle da diecimila pezzi che giace dimenticato in soffitta da anni. Perché lo mangiamo? È difficile rispondere. Credo che sia la nostra risposta all’assurdità della vita. Vogliamo batterla giocando sul suo stesso terreno. Se questo è il regno del nonsense, il torinese vuole esserne il re. Oppure siamo semplicemente pazzi. Scegliete voi l’opzione che preferite.

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Parte seconda – Il tomino elettrico

Da tempo circola la voce falsa e tendenziosa secondo la quale noi torinesi saremmo sedentari. Niente di più lontano dal vero. È solo che la nostra geografia non coincide con la vostra. I torinesi riconoscono solo tre popoli: i francesi, cugini snob e spendaccioni, i valdostani, cugini un po’ tardi ma produttori di ottimi formaggi, e i liguri, gente strana e infida che preferisce vivere vicino al mare. Nell’arco della sua vita, ogni piemontese che si rispetti ha visitato questi tre luoghi per cui si può dire che abbia girato il mondo.

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Conoscere Torino e sopravvivere per raccontarla
Parte prima – La bagna caoda

Alcune popolazioni indigene del sudamerica consumano abitualmente il peyote, un fungo allucinogeno che consente loro un contatto con il mondo degli dei.
Noi, in Piemonte, abbiamo la bagna caoda.
Letteralmente significa “brodaglia calda” ed è il nostro piatto nazionale. Si tratta di un miscuglio di acciughe, aglio, olio e latte nel quale l’ingrediente principale è l’aglio. Si potrebbe definire una sorta di bourguignonne dei poveri, infatti nella bagna si inzuppano rigorosamente verdure. Le più ghiotte sono i peperoni e le patate, ma gli esperti usano anche il cardo e soprattutto il “ciapinabot” che io avevo sempre sospettato essere un tubero non commestibile fino a quando non è stato riscoperto dagli chef con il nome d’arte di “topinambur”.
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