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Città raccontate: Venezia

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Pochi passi intorno al Leon… San Marco reloaded

Passando davanti al Ponte dei sospiri, che collega Palazzo Ducale all’edificio che un tempo ospitava le prigioni, il pensiero va immediatamente al coraggio di Casanova, che calandosi con una fune dal tetto di un abbaino riuscì a evadere dai Piombi scappando in gondola. Una missione che sarebbe stata quasi impossibile senza l’aiuto decisivo di qualche guardiano corrotto, ma del resto lui stesso sosteneva che: “nelle grandi imprese ci sono sempre dei particolari decisivi, che, se si vuole riuscire, si devono curare di persona.” A quanto pare non un problema per un seduttore come lui che, una volta salvo, decise di scrivere la storia della sua vita perché stanco di raccontarla a voce.

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Venezia riflessa

Cammino lungo il canale animato da case galleggianti, sono a Little Venice, la piccola Venezia, un quartiere di Londra a pochi passi da Maida Vale, zona residenziale nella West End immortalata al cinema dal grande Hitchcock in Dial M for Murder, tradotto in italiano con un titolo diverso, Il Delitto perfetto, perdendo totalmente il riferimento ormai storico al telefono con le lettere e l’evidente gioco di parole. I Charrington gardens citati nel film non esistono in realtà, ma se si seguono alla lettera le indicazioni date per raggiungere la casa in cui viene aggredita Mrs Margot Mary Wendice, interpretata da Grace Kelly, si dice che una volta usciti dalla stazione della metropolitana bisogna girare a sinistra, un probabile riferimento a Warrington Crescent, eleganti architetture disposte a mezzaluna, poco distanti dalla fermata della Bakerloo Line, linea che porta direttamente a casa di Sherlock Holmes.

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Sant’Erasmo, l’orto di Venezia

I te ciava to mama e to popà
No i fa mia posta, ma i te ciava

Luigi Meneghello che traduce in veneto Philip Larkin

Si arriva all’isola verde di solito per andare a mangiare fuori con la scusa di fare una gita fuori porta, e bisogna proprio volerlo, I vaporetti non passano frequentemente, ma nelle giornate di primavera, riscaldate da un sole tiepido, il viaggio in laguna è piacevole. Certo se si pensa al martirio di Sant’Erasmo ritratto in un celebre quadro di Nicolas Poussin, in cui due soldati romani gli strappano gli intestini, banchettare sembra quasi un sacrilegio, ma si sa che noi italiani raramente rinunciamo a un pasto, come ricorda Campo Santa Margherita all’ora dell’aperitivo con i suoi bar affollati che si affacciano sull’unico edificio isolato in mattoni al centro del campo, la famigerata “casa del boia” e il dettaglio sinistro nella bitta di pietra, un tempo ceppo per le esecuzioni, poi utilizzata per battere il baccalà dai venditori di pesce del mercato, in completa dimenticanza dei drammi del passato. Oltre ai famosi orti dove si coltivano frutta e verdura, a tratti la vegetazione diventa selvaggia, piena di piante che crescono spontanee, arbusti di laguna, fiori di campo.

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Campo San Polo

Mio blu – dice –
Mio blu.
Lo sono.
E anche più del cielo.
Ovunque tu sia
Io ti circondo.

Yannis Ritsos

Una volta scesa dall’autobus a Piazzale Roma, procedo spedita verso i Frari, con una furia sospetta, come se avessi un affare urgente da sbrigare, invece voglio solo distanziarmi dagli studenti in gita scolastica, qualche gomitata arriva comunque, hanno sempre degli zaini troppo ingombranti, poi taglio per calle Morosin, mi infilo nella pancia di una strettoia scorciatoia che sbuca vicino all’ultimo ponte che porta a campo San Polo, controllo se esiste ancora il negozio che ha vestiti degni di una cerimonia Klingon, una presenza rassicurante proprio perché surreale, e qui comincio a rallentare, in omaggio a un mio amico napoletano che diceva: “io non cammino, passeggio.”

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Santa Croce – Campo San Giacomo dell’Orio

Da secoli tentano di convincerci che la terra sia una valle di lacrime.
Ma io mi ribello a tutto questo, e credo che l’erotismo, come la rivolta,
sia tra i mezzi eccellenti, adatti a condurci a questa smisurata gioia.
Paul Wühr

San Giacomo dell’Orio ha un’aria esotica, godereccia con tutti i ristoranti che ci sono intorno alla zona, con degli alberi però un po’ spettrali, sempre più curvati, persino le case che si affacciano sul campo sono insolite, dipinte di rosso veneziano ormai stinto, anche se tutt’altro che scolorita è la storia di Lorenzo Lotto, il pittore della pala all’interno della Chiesa, una delle più antiche di Venezia, pianta a croce latina, disposta a lato del campo, argomento preferito dai teorici dell’architettura che potrebbero parlarti per ore della ricostruzione con preziosi frammenti bizantini portati indietro dalla Quarta Crociata, ma soprattutto della colonna in marmo verde con capitello ionico elogiata da John Ruskin …

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Castello

Il tempo non è moneta, ma è quasi tutto il resto.
Ezra Pound

Dopo una lunga camminata verso via Garibaldi, mi siedo per una meritata pausa, il bar sembra più una trattoria, mi serve una cameriera cinese, caffè ottimo, guardo lo scontrino e il nome fa tenerezza: cin-cin. E cin cin sia, seppure con un’acqua minerale e un caffè. La Biennale è finita da un pezzo, un luogo che prende vita solo pochi mesi all’anno, e poi rimane silente, padiglioni abbandonati in mezzo a giardini incolti, architetture fantasma. La strada è un via vai di veneziani con le borse della spesa, un posto tranquillo. Proseguo il mio viaggio a ritroso nel tempo attraversando il ponte dell’Arsenale, altissimo, un po’ effetto baita con quella sua struttura in legno, e passo davanti a un’istituzione veneziana, la Società Dante Alighieri, dove è possibile assistere a letture di interi capitoli della Divina Commedia, che ricordano un po’ mattini pigri a letto ad ascoltare la voce di Vittorio Sermonti che declamava i versi con una tale soavità da piombare presto nelle braccia di Morfeo, per svegliarsi con la sigla finale, “ma come è già finito?”, e lasciare Virgilio a un altro vallon. Ma in caso di dubbi danteschi qui si può sempre ritornare. Vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare…

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San Marco – notturno

Grazie a una traduzione di qualche anno fa ho scoperto che i quattro cavalli in bronzo dorato sulla facciata della Basilica di San Marco furono un dono fatto a Nerone da Tiridate I, re di Armenia e che poi per varie vicissitudini approdarono qui a Venezia. Per strane associazioni della mente è inevitabile che ogni volta che attraverso Piazza San Marco pensi ai mercanti armeni che lungo Ruga Giuffa commerciavano in pietre preziose, vedo i cavalli e li collego a mucchi di monete d’oro e diamanti che non ho, mentre l’orchestrina del caffè Florian intona melodie rétro a una manciata di viaggiatori estasiati da tanta bellezza.
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